MONDADORI E NIEMEYER Un secolo per due «pilastri»

Per l’occasione è stato realizzato un libro che sarà presentato domani

Un secolo, un architetto, un editore. Se si volesse riassumere in una formula il volume di Roberto Duilio Oscar Niemeyer. Il palazzo Mondadori (Electa, 192 pagine, 200 illustrazioni, 50 euri), che sarà presentato a Segrate domani alle 18.30, questa sarebbe senz’altro la più felice e la più immediata. Cent’anni sono infatti quelli che quest’anno festeggia il brasiliano Niemeyer, l’ultimo grande vecchio di una concezione dell’architettura come sfida visionaria, e cent’anni di vita sono anche quelli della casa editrice fondata da Arnoldo Mondadori nel 1907. Il rapporto fra il primo e la seconda è, naturalmente, il palazzo di Segrate che negli anni ’70 Arnoldo e Giorgio Mondadori vollero come nuova sede di un’attività editoriale sempre più intensa e bisognosa di nuovi spazi fuori del centro cittadino, troppo congestionato e ormai troppo «piccolo» per il sogno editoriale del patriarca e del suo delfino. Nel 1968, Giorgio era rimasto incantato, durante una visita in Brasile, dall’edificio che Niemeyer aveva eretto come nuova sede del ministero degli Esteri a Brasilia. L’idea che qualcosa di simile potesse ospitare la Mondadori fu la molla che spinse il vecchio e il giovane editore a chiedere all’illustre maestro di progettare per loro qualcosa di simile. Fu così che per due anni l’allora settantenne Niemeyer lavorò a diverse versioni del progetto: poi, nel 1971, la prima pietra venne posata in quel di Segrate, nei pressi di Milano. Tre anni dopo, nel 1974, il Palazzo Mondadori sorgeva in tutto il suo impressionante splendore. Ma Giorgio Mondadori non potè mai vedere l’opera compiuta. Da via Corridoni a via Bianca di Savoia da 350 il personale era salito a 1300. Sul numero 70 di Espansione ringraziò con un suo scritto le Generali e Carlo Faina, l’amico che da sempre aveva compreso e sostenuto le aspirazioni culturali, la capacità imprenditoriale e umana di Giorgio Mondadori. Allora la stampa mondiale e gli specialisti delle riviste di settore rimasero sorpresi e spiazzati da un complesso del tutto inusuale: due infilate prospettiche di archi parabolici con luce variata sui fronti principali, lunghi 200 metri. Su questa struttura, si appoggiava una poderosa soletta, innervata da travi quelle quali erano appesi 56 tiranti sorreggenti il corpo librato dell’edificio, alto cinque piani sviluppati su 18mila metri quadrati in un volume di 147mila metri cubi il tutto sorretto da un apparato in acciaio del peso di un milione 200mila chilogrammi. Nel recensirne l’inaugurazione, Bruno Zevi parlò di «Pilastri dell’editoria», un’espressione che sintetizzava il carattere stesso della costruzione, rappresentativo e simbolico insieme, frutto anche di un felice rapporto fra committenza e artista: «Ho goduto di una libertà in cui avevo sempre sperato nel corso della mia carriera» confesserà al riguardo lo stesso Niemeyer. Il libro di Roberto Duilio, tenuto a battesimo dall’attuale vicepresidente e amministratore delegato della Mondadori Maurizio Costa e dal professor Francesco Dal Co, direttore di Casabella, è l’opera di un giovane ricercatore già noto per i suoi studi dedicati all’architettura contemporanea. Fra i suoi pregi c’è anche quello di ricostruire il clima dell’epoca in cui il progetto trovò la sua realizzazione. La fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta videro infatti l’Italia attraversare un momento molto delicato sul piano politico e sociale: debolezza contestazione, terrorismo. Fu proprio per questo clima così particolare che Giorgio Mondadori non volle dare troppo risalto alla celebrazione dell’opera: «I tempi non si prestano a cerimonie di carattere trionfalistico» scrisse. Trentadue anni dopo si può giudicare il tutto con maggior serenità.
Nato a Rio de Janeiro nel 1907, collaboratore di Le Corbusier, Niemeyer ha fatto parte negli anni Quaranta e Cinquanta di quella classe intellettuale brasiliana che affidò all’architettura il compito di modernizzare il Paese. Comunista, il colpo di stato militare del 1964 lo vide spostare il centro della sua attività dalla madre patria all’Europa, e solo alla fine degli anni Ottanta rientrare definitivamente nel suo Paese, dove è ormai considerato alla stregua di un monumento nazionale...