Arizona, artiste rischiano il carcere per no ad inviti per nozze gay

La Corte di Phoenix vuole costringere Joanna Duka e Breanna Koski a progettare inviti di nozze anche per i clienti che celebrano i matrimoni omosessuali. Le due donne sostengono che questa richiesta viola le loro credenze religiose

In Arizona uno studio legale di avvocati cristiani, che fa parte dell'Alliance Defending Freedom (Adf), sta tentando di convincere l’Alta Corte Statale dell'Arizona che le imprese - almeno alcune di loro - hanno il diritto costituzionale di rifiutarsi di vendere i propri servizi e prodotti ai gay.

Attraverso nuovi documenti, alla luce degli ultimi pareri della Corte Suprema federale, gli avvocati stanno tentando di far rispettare anche in Arizona la Costituzione degli Stati Uniti che protegge non solo il diritto delle persone a parlare ma anche il loro diritto a non essere costrette a dire cose che non credono.

In questo caso gli avvocati hanno impugnato un'ordinanza anti-discriminazione emessa dalla Corte di Phoenix che vuole costringere Joanna Duka e Breanna Koski, le proprietarie dello studio Brush & Nib, a progettare inviti di nozze anche per i clienti che celebrano i matrimoni omosessuali.

La Duka e la Koski sostengono che questa richiesta della Corte viola le loro credenze religiose di "artiste cristiane". Un loro avvocato, Samuel Green, ha dichiarato che la coppia di artiste non si rifiuta di vendere ai gay che vogliono sposarsi. Il loro studio per i gay ha una varietà di opere prefabbricate. Il problema è relativo alle richieste di creare inviti e altri articoli di nozze che sono delle vere e proprie opere d'arte calligrafa per celebrare qualcosa che viola le loro convinzioni.

La questione legale chiave, quindi, è l’opporsi alla costrizione dell’usare i loro talenti, di calligrafia, di scritte a mano, di pittura, per creare un messaggio contrario alle loro convinzioni. "Gli artisti non dovrebbero essere costretti a creare opere d'arte in contrasto con le loro convinzioni fondamentali, e certamente non sotto la minaccia di multe penali e di carcere", ha detto il consulente senior dell'Adf Jonathan Scruggs.

"Il governo deve permettere agli artisti di prendere le proprie decisioni su quali messaggi promuovere", ha spiegato Scruggs. "Breanna e Joanna sono felici di progettare arte personalizzata per tutte le persone; semplicemente si oppongono a riversare il loro cuore, l'anima, l'immaginazione e il talento nella creazione di messaggi che violano la loro coscienza".

"Una legge che impone l'arte restringe anche la libertà di parola", sostengono i legali. La coppia di artiste e i loro avvocati hanno bisogno dell'intervento della Corte Suprema statale dopo che la Corte d'Appello dello Stato ha respinto argomenti simili, concludendo che l'ordinanza di Phoenix (Codice 18-4 della città) non ha nulla a che fare con la libertà di parola ma regolerebbe semplicemente la condotta di coloro che offrono i loro servizi al pubblico.

La giudice della Corte Superiore della contea di Maricopa, Karen Mullins, aveva stabilito lo scorso ottobre che l'ordinanza di Phoenix era costituzionale e non violava il libero esercizio delle credenze religiose, scrivendo che le due esperte calligrafe non devono "usare la loro religione come scudo per discriminare i potenziali clienti omosessuali".

Il giudice Lawrence Winthrop, che ha scritto la sentenza della corte d'appello il mese scorso, ha detto che nessuno sta cercando di infrangere la libertà di parola per le due donne. "Potrebbero pubblicare una dichiarazione che sostenga la loro convinzione che il matrimonio sia tra un uomo e una donna", ha detto il giudice. "Oppure potrebbero pubblicare una dichiarazione di non responsabilità secondo la quale l'atto di vendere i loro beni e servizi alle coppie dello stesso sesso non costituisce un'approvazione dell'esercizio dei loro diritti costituzionali di sposarsi o di altre attività da parte dei loro clienti".

Ma, ha detto, "se vogliono gestire il loro business, non possono discriminare i clienti in base al loro orientamento sessuale". La Winthrop ha respinto anche le loro affermazioni secondo le quali l'ordinanza appesantisce sostanzialmente le proprie convinzioni religiose.

Se la Corte Suprema dell’Arizona non sovvertirà la decisione, ispirandosi alle ultime decisioni della Corte Suprema federale, sarà applicata l'ordinanza di Phoenix che rende illegale, per le imprese che forniscono beni o servizi al pubblico, discriminare anche per l’orientamento sessuale o l’identità-espressione di genere (oltre che in base a all’età, al sesso, alla razza, al colore della pelle, alla disabilità, allo stato civile, all’origine nazionale) e che comporta fino a sei mesi di carcere e duemila e cinquecento dollari di multe per ogni giorno in cui i proprietari continuano a non rispettare l’ordinanza.

Per sostenere il suo ricorso l’avvocato Green ha citato una sentenza della Corte Suprema dell'Arizona del 2012 secondo cui gli artisti del tatuaggio hanno il diritto di rifiutarsi di incidere sulla pelle dei clienti messaggi che violano le loro convinzioni, anche se il cliente arriva proprio con quelle parole e chiede all'artista di tatuarle.

Le due donne cristiane, che preferiscono andare in carcere piuttosto che creare opere d'arte che celebrano il matrimonio gay, potrebbero anche essere processate per aver pubblicato una dichiarazione, sul loro sito web, che spiega il motivo del loro rifiuto.

Commenti

Anonimo (non verificato)

Algenor

Mar, 17/07/2018 - 23:00

Se perdono la causa è non possono trasferirsi in un altro stato degli USA, possono sempre aggirare il problema lavorando male per i clienti a loro non graditi, producendo opere di pessima qualità per poi rimborsare i clienti insoddisfatti con un sorriso "falso e cortese" condito di tante scuse. Chi potrebbe accusarli di discriminazione a quel punto?

Divoll

Mer, 18/07/2018 - 00:46

La "libera e democratica America", eh...

cgf

Mer, 18/07/2018 - 07:50

Non sarebbe la prima volta che coloro che hanno promosso una causa simile perderanno la causa, vi sono già precedenti, l'ultimo a fine scorso anno quando la Suprema Corte ha ribaltato il giudizio della Civil Rights Commission del Colorado che aveva condannato il rifiuto da parte del pasticcere di produrre un dolce apposta per il matrimonio di una coppia dello stesso sesso. Il suo è stato un rifiuto simile, sin dal primo momento ha dichiarato che non avrebbe elaborato nulla per loro proprio per motivi religiosi. Sarebbe stato diverso il rifiuto di vendere quanto esposto/pronto, che non necessita di ulteriore elaborazione, questo lo hanno fatto notare anche i giudici di Washington DC, non è questo il caso, quindi non rientra nelle leggi del commercio, perché infatti non puoi, in nome di qualsiasivoglia TUO diritto, obbligare qualcuno a lavorare per te calpestando gli altrui diritti, anche se sei disposto a pagare qualsiasi cifra.

cgf

Mer, 18/07/2018 - 07:51

p.s. MA TUTTE LE FASHION HOUSE CHE HANNO RIFIUTATO DI LAVORARE PER MELANIA? nessuno si è scandalizzato.