"Monsignor Padovese, un martire della fede"

Cittadini e rappresentanti delle istituzioni in Duomo per salutare il
vescovo ucciso il 3 giugno in Turchia. Formigoni: "Ha speso la propria
vita per il bene degli altri". L’arcivescovo Tettamanzi:"Un uomo di
pace"

«Fratelli della Chiesa di Turchia, da oggi la Chiesa di Milano si sente legata a voi in modo ancora più profondo». Attorno al cardinale Dionigi Tettamanzi, davanti alla bara con le spoglie del vescovo Luigi Padovese, il Vicario di Anatolia barbaramente assassinato lo scorso 3 giugno a Iskenderun in Turchia, ci sono 27 vescovi (tra questi tutti i titolari delle diocesi lombarde), 350 sacerdoti e cinquemila fedeli. Il Duomo è gremito, la Chiesa ambrosiana che ha «generato» Padovese si è riunita per dare un degno saluto a questo suo figlio, con un’attenzione e una mobilitazione che altre comunità e istituzioni non hanno dimostrato in questo frangente.
In prima fila ci sono i parenti del vescovo cappuccino, ma anche alcuni dei pochi cristiani d’Anatolia, «una Chiesa di minoranza e provata», come la definisce Tettamanzi nell’omelia dedicata al chicco di grano che caduto a terra deve morire per portare frutto. Il cardinale definisce Padovese «vescovo mite e sapiente, un vero costruttore di riconciliazione e di pace» e afferma che il suo sacrificio da oggi unisce ancora più profondamente le due Chiese. «Vogliamo raccogliere il grido, o meglio il lamento, che si leva da voi e dalla vostra terra. Vogliamo, come Chiesa ambrosiana, insieme a tutte le comunità cristiane, accogliere e affrontare la sfida di essere sempre più coscienti della nostra identità cristiana e di saper offrire, senza alcuna paura, sempre e dappertutto, la testimonianza di una vita autenticamente evangelica: amando Cristo e ogni uomo “sino alla fine”».
Quasi una risposta preventiva all’appello, commovente e sincero, che l’arcivescovo di Smirne e amministratore apostolico d’Anatolia, Ruggero Franceschini, legge al termine della messa, definendo la Chiesa rimasta in Anatolia «troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare... almeno di esistere».
Nel corso della cerimonia, disturbata al momento della comunione dalle urla disumane di una giovane donna, che ha dato improvvisamente in escandescenze, non si è parlato delle circostanze della morte di monsignor Padovese. Lo hanno fatto però arrivano in Duomo alcune personalità politiche. Il sindaco Letizia Moratti ha detto che il vescovo assassinato è «un martire della fede». Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni ha detto: «Chiediamo al governo italiano di di insistere con il governo turco perché sia aperta un’inchiesta ufficiale». Formigoni ha voluto essere presente ai funerali «per rendere una testimonianza» sottolineando la figura di «martire della fede e uomo che ha dedicato la propria vita per il bene degli altri». E ha definito «inverosimile» la ricostuzione dell’omicidio fino ad oggi fornita: «Numerosi testimoni e agenzie di stampa parlano non di un evento accidentale, opera di uno squilibrato, ma della volontà di colpire il vescovo, il cattolico, il cristiano. Sappiamo chi è il suo assassino ma non sappiamo come è avvenuto, in che contesto, quali siano le vere motivazioni».
Il sottosegretario Stefania Craxi ha invece parlato del «clima infame» che è stato creato definendo l’assassinio «non un gesto isolato, ma inserito in un contesto».