«Montanelli, il nostro santo patrono laico»

Tanti i colleghi giornalisti presenti alla cerimonia di ieri mattina: da Cervi a Marchi, da Sterpa a Mo

Andrea Fontana

Il cappello appoggiato per terra, le dita nervose pronte a pigiare sui tasti della sua «Lettera 22», lo sguardo «assorto - fa notare Alberto Malvolti, presidente della Fondazione Montanelli Bassi -, come era di solito quando cercava la parola». Da ieri, giorno in cui il giornalista avrebbe compiuto 97 anni, la statua bronzea di Indro Montanelli brilla del colore dell’oro nei giardini di via Palestro: a pochi passi dall’entrata di piazza Cavour, a qualche metro dal punto in cui fu ferito dalle Brigate rosse nel giugno del '77.
«Per Milano è stato un santo patrono laico, come sant’Ambrogio un patrono che non è nato nella nostra città», sottolinea il sindaco Gabriele Albertini che, inaugurando il monumento, riprende una confessione del giornalista toscano, scomparso nel 2001: «Ciò che sono lo devo a Fucecchio (sua città natale, ndr), ciò che sono diventato lo devo a Milano». Il primo cittadino ricorda poi il benestare ricevuto dal fondatore de Il Giornale quando, nel 1997, si insediò a Palazzo Marino: «Sono ancora incredulo dell’attenzione che mi dedicò alla vigilia del mio impegno come sindaco - spiega Albertini -: quando dichiarò di avermi scelto come sindaco perché antipatico, perché non amava la politica delle lusinghe e delle piaggerie». Una milanesità evidenziata anche dal vicesindaco, Riccardo De Corato: «Montanelli ha saputo dialogare con la parte migliore di Milano e rappresentare le sue migliori intelligenze e qualità». Qualcuno storce il naso di fronte ai riflessi dorati della statua; qualcun altro lo avrebbe voluto con il cappello in testa, proprio come nella celeberrima fotografia di Fedele Toscani che ha ispirato l’opera; altri fanno notare che lo schivo Montanelli avrebbe bollato come «una bischerata» l’idea di dedicargli un monumento. «Sono molto contenta - sentenzia sorridente la compagna Marisa Rivolta -. Forse non avrebbe voluto, ma ne sarebbe stato felice anzi, ne è felice». L’artista Vito Tongiani, pittore e scultore anche lui toscano, ma di Massa, ci ha lavorato per un anno e mezzo a Pietrasanta, dove ha analizzato centinaia di fotografie e allestito un manichino vestito degli abiti del cronista di Fucecchio. La scelta dell’autore è caduta su Tongiani, artefice anche del monumento a Giacomo Puccini a Lucca e delle statue dei tennisti al Roland Garros, dopo aver visionato diversi bozzetti di altri artisti. «Non è un ritratto classico - commenta lo scultore -, non ho cercato la somiglianza, ma la tensione emotiva».
Intorno alla statua, un «recinto» che consente ai passanti di sedersi intorno al monumento: «Mi piaceva metterlo in uno spazio chiuso, intimo - aggiunge Tongiani -, in una specie di sala di lettura che rappresenta la “stanza” di Montanelli», come la rubrica che il giornalista curava. «Un monumento che restituisce appieno la sua immagine - osserva lo scrittore e giornalista Alain Elkann -. Gli sarebbe piaciuta questa scultura che riproduce in modo fedele il gesto delle sue mani che si muovono veloci tra i tasti. Gesti che tante volte ho osservato standogli accanto». Come lui, sono tanti gli ex colleghi di Montanelli venuti per l’occasione: dalla squadra storica del Corriere con Ettore Mo, Natalia Aspesi, Rolly Marchi a quella de Il Giornale con Mario Cervi, Egidio Sterpa. «Non l’avrei ritratto così, mi sarei ispirato alla statua di Charles de Gaulle agli Champs Elysées: avrei voluto Montanelli in piedi con il bastone mentre cammina - interviene il vignettista Giorgio Forattini -. Alle inferriate che circondano questi giardini Montanelli si aggrappò quando fu colpito dalle Br. Si aggrappò per morire in piedi».