Un monumento per ricordare don Gius un anno dopo

Il Famedio non basta a contenere la folla dei fedeli in pellegrinaggio alla tomba del fondatore di Cl. La cappella vicina alla necropoli

Una nuova cappella funeraria per don Luigi Giussani. Non più il Famedio del Monumentale vicino ai milanesi illustri. Luogo prestigioso, ma non sufficiente ad accogliere il pellegrinaggio continuo che intasa i corridoi e disturba il sonno dei grandi milanesi di nascita o d’adozione. Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo, Giuseppe Verdi e Giovanni Raboni al piano di sopra. Ma anche Giorgio Gaber e Peppino Meazza, Ambrogio Fogar e Guido Crepax nella cripta che pazienti assistono a una coda assorta che non ha pace.
Fra un mese esatto, il 24 febbraio, sarà un anno che è qui. Giovani, giovanissimi, meno giovani, bambini, famiglie, gente matura o semplicemente d’età. Tutti lì con un ricordo del don Gius, una preghiera, magari un ex voto, una richiesta per la mamma malata, il fidanzato, un esame all’università. Anche sei settecento il fine settimana. Moltissimi (riparto VI di levante, casella 3) anche nei giorni normali. «Don Luigi Giussani 15-10-1922, 22-2-2005» sulla semplice lapide. Sopra c’è una scritta «Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza!». «Questa - diceva - è la frase più importante per tutta la storia del Cristianesimo». La Madonna, il cuore del suo pensiero, la radice della sua fede nata in quel mattino freddo e sereno prima dell’alba in un viottolo di Desio. Quando un’altra donna, mamma Angela, donna semplice e devota, gli spalancò le porte del cristianesimo. «Ma l’è bel ul mund, ma l’è grand ul Signor». Com’è bello il mondo, com’è grande il Signore, nello stretto dialetto brianzolo. Una vita dopo «Vergine madre, figlia del tuo figlio,/umile e alta più che creatura,/termine fisso d’etterno consiglio», mormorava il Dante del canto XXXIII del Paradiso mentre la vita lo stava lasciando. Questa vita, non l’altra. «Che Cristo sia venuto in questo mondo è cosa dell’altro mondo», argomentava da giovinetto arguto già ai tempi del seminario di Venegono.
Sei mesi e la sua casa non sarà più lì. Spostato. Vicino alla necropoli, lì dove c’è l’ossario centrale, in basso a sinistra. In cima a uno slargo pronto a raccogliere, anzi ad accogliere, i suoi ragazzi. Che non hanno età, che son sempre ragazzi. Come quelli trovati nella I E del liceo Berchet dove nell’ottobre del 1954 quasi per caso cominciò l’avventura nel mondo di quel brianzolo di Desio che in testa si calcava sempre il basco. «Un sasso lanciato nel cielo», diceva con sottobraccio il giradischi usato per dimostrare l’esistenza di Dio suonando Beethoven (soprattutto la Settima sinfonia), Mozart, Chopin, Smetana. Ma anche Verdi, Donizetti («Spirto gentil») e le laudi medievali. In mezzo ci sono stati Gioventù studentesca e Comunione e Liberazione. Cinquant’anni di movimento. Cinquant’anni sempre in movimento.
Ricordi in bianco e nero. Mica i fiori dai tanti colori oggi appoggiati insieme ai ceri davanti alla sua tomba. Ma presto tutti (fiori, ceri e fila) dovranno traslocare. In fondo al vialone centrale del Monumentale, dove c’è l’ossario centrale progettato nel 1865 dall’architetto Carlo Maciachini e posto al centro prospettico dell’asse visivo che inizia con il Famedio e termina con il tempio crematorio. Intorno le tombe della famiglia Calegari, dei Pigni, dei Borghi, dei Bruni, dei Bernocchi. Dovranno abituarsi a vedere le lacrime, qualche canto, i giovani mano nella mano, quelli seduti a pregare. O magari a leggere versi di Leopardi. Il poeta ateo e materialista dove don Gius sapeva trovare tanto Cristo.
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it