Mussolini, il vero giallo è il falsario

I diari di Benito Mussolini come le ciliegie: uno tira l’altro. Dopo quelli portati alla ribalta da Marcello Dell’Utri, ecco spuntarne un’altra versione, scoperta da Marcello Foa, che ne ha dato notizia l’altro ieri sul Giornale. Alcune pagine ci sono state messe a disposizione da Pierfranco Castelli, docente di economia al liceo «Carlo Cattaneo» di Lugano. Le agende, depositate in una cassetta di sicurezza bancaria del Cantone Ticino, sarebbero quelle in possesso di Maurizio Bianchi, figlio di quel partigiano Renzo che se ne appropriò nel ’45.
Anche questi volumi di diario sarebbero stati sottoposti a una perizia - dalla polizia scientifica cantonale - e risalirebbero davvero all’epoca, sia per l’inchiostro sia per la carta usati. Naturalmente ciò non significa che siano stati davvero vergati da Mussolini: anche la scrittura, diversa in un campione del ’38 e in quello del ’39, suscita parecchi dubbi.
Al di là delle necessarie controverifiche scientifiche, il primo controllo da farsi riguarda l’attendibilità storiografica dei contenuti, la veridicità dei fatti riportati e la corrispondenza con il pensiero di Mussolini alla luce di quanto già noto. Le pagine che abbiamo a disposizione riguardano date tra le più ghiotte dal punto di vista storico: i primissimi giorni del settembre ’39, quelli dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Oltre che le più appetibili, in apparenza sono anche le più facili da falsare, perché riguardano fatti universalmente noti: l’invasione della Polonia, l’entrata in guerra di Gran Bretagna e Francia, la non belligeranza italiana. Ma sono anche le date in cui un falsario che avesse vergato quelle pagine, nel ’39 o negli anni immediatamente successivi, può più facilmente essere scoperto, alla luce dei documenti e delle testimonianze acquisite nel dopoguerra.
Ebbene, la mia impressione che si tratti di un falso è nettissima, a partire dalla personalità e dai pensieri che risaltano nelle annotazioni di quei quattro giorni cruciali. Primo esempio: è del tutto inverosimile che Mussolini, preso atto della scarsa volontà di entrare in guerra del popolo italiano, annoti: «Oh, povere glorie d’annunziane! Poveri eroismi dei nostri grandi». A parte l’apostrofo, sospetto in uno scrittore come Mussolini, è noto e stranoto agli storici che il duce non amava affatto Gabriele d’Annunzio. Di lui diceva: «È come un dente guasto. O lo si estirpa o lo si copre d’oro». Aveva scelto di coprirlo d’oro, ma mai avrebbe potuto considerarlo un esempio di virtù italiche.
Alla data del 2 settembre lo pseudo Mussolini annota che Hitler «ha trovato una formula adatta alla nostra presa di posizione»: qui si riferisce - con ogni evidenza - alla formula della «non belligeranza», escogitata invece dallo stesso Mussolini nel Consiglio dei ministri dell’1 settembre.
Vistosissimo e inaccettabile un altro errore: «Sono passati poco più di 20 anni - dall’ultima guerra mondiale -», scriverebbe il duce, «500mila morti noi italiani». L’esperta calligrafa che ha trascritto il testo è incerta se la cifra sia 300mila o 500mila: c’è da credere che sia 500mila, ma per vent’anni, in numerosissimi discorsi e articoli, Mussolini (e non solo Mussolini) aveva detto e scritto «600mila morti». Non è una differenza, o uno svarione, da poco.
Poco dopo il duce ragiona sulla ricchezza di mezzi e armamenti degli Stati Uniti, e ipotizza una loro possibile entrata in guerra. In realtà non risulta né che tenesse in gran conto la potenza bellica degli Stati Uniti (Italo Balbo aveva tentato invano di convincerlo in tale senso), né che temesse un loro prossimo intervento.
Anche le successive annotazioni sull’Etiopia sono in contrasto con tutto ciò che sappiamo su un Mussolini che fu sempre fiero di «avere dato un impero all’Italia», convinto com’era che quel territorio immenso e vergine avrebbe rappresentato la ricchezza e il futuro sviluppo del Paese. Il riferimento all’uso delle pallottole «dum dum» da parte degli etiopi, poi, era un banale ritornello della propaganda fascista: difficile credere che il duce vi facesse un riferimento tanto significativo nel diario personale, quando sapeva che - per suo ordine - l’esercito italiano aveva usato ben altre armi.
Clamoroso è lo svarione sugli «eroi dell’86», riguardo alle ottocentesche imprese coloniali italiane: il massacro della spedizione Bianchi è del 1885, mentre è del 1887 l’annientamento a Dogali della colonna De Cristoforis (500 uomini). Si tratta di date scolpite nella memoria degli uomini di cultura, e non solo, dell’epoca: ben difficilmente Mussolini avrebbe potuto sbagliare, sia pure nella concitazione di quei giorni. E, a proposito di quei giorni, è del tutto assente l’annotazione di fatti, incontri, trattative di grande importanza, tanto da risultare pochissimo credibile che Mussolini le ignorasse nel proprio diario, per prendere invece nota di banalità reperibili su qualsiasi giornale.
Una volta accertato che le pagine diaristiche fornite dal professore ticinese sono un falso, si tratterà di vedere se è invece vero il resto. Ma soprattutto, se la datazione è autentica, chi ha compiuto il falso? Mussolini stesso o - come sembra più probabile - chi si impossessò dei diari? E perché? Il giallo continua.
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