Nel Nord Est dove ogni paese ha la sua madrassa

nostro inviato a Vicenza
Più che fare un pellegrinaggio verso la piccola Mecca, i musulmani che frequentano la moschea di Arcole si sottopongono a una via crucis. Devono costeggiare la parrocchia, attraversare via Abazzea, percorrere via del Rosario e oltrepassare un’edicola con l’effigie della Madonna di Pompei benedetta il 19 ottobre 2003 da monsignor Francesco Sarego, vescovo di Papua Nuova Guinea. La facciata della moschea è bianca e anonima: soltanto l’unità esterna di un condizionatore e l’antenna parabolica sul tetto. Niente numero civico, campanelli, insegne; nessun nome sulla cassetta della posta dipinta di verde.
Il portoncino a vetri con gli infissi in alluminio si apre su un corridoietto ingombro di stracci, ciabatte e sacchi di cemento: lavori in corso. Scaffali portascarpe sono fissati al muro di fronte alla porta che dà sulla sala di preghiera. Lo stanzone è ricoperto di tappeti, su due lati campeggiano lunghe librerie cariche di volumi istoriati. Orologi con gli orari della preghiera, calendari islamici, un arazzo della Mecca, altoparlanti. Alle pareti sono appesi una quantità di avvisi in arabo; un foglio solo è scritto in italiano: il Comune indica ai fedeli dove parcheggiare. In fondo, un tavolino con tre sedie sotto un soppalco dove è accatastato di tutto. È uno dei 53 centri islamici tenuti sott’occhio dalle forze di polizia perché ospitano scuole coraniche. Una madrassa «made in Italy».
Sono migliaia i musulmani residenti tra la Bassa vicentina e il Veronese orientale che frequentano la moschea di Arcole, il paese degli asparagi e di una famosa battaglia napoleonica. Ma tutto il Nord Est pullula di centri e associazioni dove fioriscono simili scuole. Tra Verona e Vicenza se ne trovano ad Arcole, Arzignano, Schio, Montecchio Maggiore, Creazzo, Noventa Vicentina ma le forze di polizia tengono sotto controllo anche le piccole moschee di Tregnago e Roncà, meta di imam che giungono da Milano e Bologna per tenere i loro sermoni. Nel Trevigiano scuole coraniche sono attive nel capoluogo, a Cornuda, Resana, Roncadelle Ormelle. E poi Padova, Badia Polesine, Mestre, Cordenons, Udine, Trieste.
L’islam ricalca il modello veneto: tanti paesi, tante fabbrichette, tante moschee e, adesso, anche una quantità di scuole. Niente di paragonabile alle madrasse pakistane di Quetta o di Lahore che formano i giovani soldati del fondamentalismo. «Ma anche questa è un’esagerazione», dice il pakistano Balwinder Singh. Ha moglie e due figlie, il suo negozio di kebab si trova a 30 metri dalla parrocchia di Montecchio Maggiore, incastrato fra la moschea e un call-center. Lui la madrassa di Lahore la conosce bene: ha studiato il Corano tre anni, prima di laurearsi in economia e commercio. «Sveglia alle cinque, colazione alle nove, pausa tra le 12 e le 18 perché da noi a quell’ora fa troppo caldo - racconta -, poi una cena frugale e a letto a mezzanotte».
Tutti i giorni? «Certo. Io solo tre anni, ma chi vuole diventare un imam ne deve studiare dieci. Dopo 12 si diventa muftì, cioè un imam esperto della sharia, la legge islamica. La vera madrassa è una specie di college, dove si vive isolati da tutto, preoccupati soltanto di apprendere le verità del Corano. In Italia, scuole così non ne esistono». Nemmeno quella in via Quaranta a Milano? «No. Anzi, l’hanno chiusa con troppa fretta. Chi ha deciso non conosce bene le cose dell’islam». E a Montecchio che cosa si insegna? «Il Corano ai bambini. Due ore ogni domenica mattina. Non ci sono corsi per adulti, perché lo conoscono già e se vogliono rileggerselo possono farlo ovunque».
Ogni scuola ha la propria organizzazione e i propri orari. Lezioni in arabo o in inglese, il sabato o la domenica, di giorno o dopo il tramonto, per grandi o piccini. Alcuni edifici sono stati acquistati, come quello di Arcole, altri sono in affitto. Tutti anonimi, irriconoscibili, con i vetri verniciati di bianco o coperti da carta da parati. E nessuno che parla di madrassa. La moschea di Badia Polesine, in un androne in pieno centro, è semideserta. Al Hassan chiude un attimo il libriccino: «Voi occidentali dovreste conoscere meglio l’islam». Quella di Arzignano è al primo piano di un gigantesco complesso immobiliare di periferia, sopra una banca e accanto a una parrucchiera che il sabato pomeriggio è presa d’assalto. Kartaoui Rabi sale lentamente le scale: «Il vero seguace dell’islam ha soltanto parole di pace. Il Corano non insegna a combattere e nemmeno noi nei nostri corsi». A Schio invece si prega in un ex capannone industriale protetto da un pesante cancello verde. Isham sta pulendo il cortile. «Il responsabile è appena andato via. Madrassa? Non so cosa sia», si giustifica indicando l’unico cartello in italiano affisso al muro. «Preghiamo i fratelli musulmani a lasciare i motorini fuori dal cortile e a non parlare davanti alla moschea», vi si legge. Silenzio. E così sia.
Stefano Filippi