Nella clinica dove aspettano la morte di Eluana Englaro

Udine, l’arrivo della giovane è atteso già la prossima settimana. <strong><a href="/a.pic1?ID=306142">Le amiche</a></strong>: &quot;Vent'anni di dubbi e speranze. Ci mancherà&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=306145">Le suore di Lecco</a></strong>: &quot;Chi la crede morta la lasci a noi&quot;. Il <strong><a href="/a.pic1?ID=306148">giurista D'Agostino</a></strong>: &quot;Sentenza che toglie dignità alla vita&quot;

Milano - Quell’ambulanza non è ancora partita da Lecco. Ma 370 chilometri più a est, a Udine, è già iniziata l’attesa per intravederne la luce e per sentirne arrivare il lacerante lamento. È un’attesa che qui imbarazza chi già sa, in primis la politica, che nessuno ancora ammette, ma che ben pochi si sentono ormai di negare. Si concluderà infatti con ogni probabilità all’Ospedale Santa Maria della Misericordia del capoluogo friulano - e pare che accadrà in settimana - l’ultimo viaggio terreno di Eluana Englaro. Quasi un ritorno alle origini, il suo. Un pellegrinaggio, ma per lei senza più coscienza, a quelle radici della terra di suo padre, Beppino.

Qui, in quello che è uno dei nosocomi più importanti e qualificati del Nord Italia, esiste infatti il tipo di struttura adatta - li chiamano hospice - ad accogliere i malati terminali. A Udine si tratta di un nuovo servizio di cure palliative gestito dall’Azienda sociosanitaria numero 4 del Medio Friuli, ma con personale medico del reparto di oncologia (che inoltre lo ospita) diretto dal professor Giampiero Fasola.
Altre due analoghe strutture alternative, sempre restando in regione, potrebbero essere quelle del Cro di Aviano (centro oncologico di grande prestigio) o della clinica triestina Pineta del Carso.

«Ma perché, mi chiedo, questo lungo viaggio? Eluana potrebbe, e dovrebbe, avere il diritto di morire in casa sua. Perché no, del resto? Chi lo vieta? Ora, dopo l’avallo della Cassazione, sarebbe un’opzione possibile e senza conseguenze penali per nessuno». Il professor Gian Luigi Gigli, primario di Neurologia all’ospedale udinese e coordinatore della Commissione sullo Stato vegetativo del ministero della Salute, ha seguito questa vicenda dall’inizio, passo dopo passo. Con la competenza di un uomo di scienza e la passione di chi è animato da una profonda fede. Che però anche si indigna, da semplice cittadino, confessando di osservare preoccupato un Paese dove ormai la magistratura «si sta sostituendo di fatto ai meccanismi della democrazia. Non sono berlusconiano - dice - ma su questo punto lui ha ragione da vendere».

E dice altro, il professor Gigli. Dice cose terribili - per chi medico non è - ma scandite con calma. «Lo stato in cui si trova Eluana non è assimilabile alla malattia terminale, lei è gravemente disabile. Solo che una volta staccata la sacca nutritiva - non la sonda, come dicono tutti, quella basta tapparla - passerà dalla condizione di disabile grave a quella di malata terminale. È tutto qui, in questo escamotage, il meccanismo per accedere all’hospice in ossequio al diritto. Poi morirà di fame e di sete, anche se non possiamo sapere ora il come e il quando».

Sul «come», il professor Gigli spiega che «forse non sarà proprio quella che noi intendiamo per sofferenza, anche se il danno corticale non esclude la percezione del dolore. Ma non possiamo né provarlo né escluderlo. Poi ci sarà il macabro rituale per alleviare i segni di sgretolamento, attraverso una pesante sedazione farmacologica».

Circa il «quando», Gigli parla di 13 o 14 giorni. Un’agonia probabilmente inutile, sostiene, dato che «stando alla letteratura scientifica in nostro possesso, il caso estremo di sopravvivenza vegetativa è stato di 35 anni, ma con una media che si colloca tra i cinque e dieci, quindi ampiamente già superata dalla povera Eluana, in queste condizioni ormai da 17 anni. Mi chiedo quindi perché non lasciarla lì dov’è, amorevolmente accudita dalle suore di Lecco, peraltro senza quei costi che in altri casi analoghi hanno invece distrutto tante famiglie. Perdipiù, non sta nemmeno soffrendo. Allora, perché forzare? Chi di noi, sano, non ha mai detto un giorno una frase come quella che le viene attribuita, ovvero di non accanirsi con le cure se ridotti in condizioni vegetative? Una simile manifestazione presuppone però la piena consapevolezza. E se ammettiamo che possa essere esercitata per interposta persona... be’, apriremmo scenari a cui preferisco non pensare».

Sorride amaro, Gigli, pensando perdipiù al paradosso che «a questo punto, dopo la sentenza della Cassazione, non sarebbe più possibile nemmeno l’obiezione di coscienza da parte di un medico. La potrebbe esercitare soltanto chi sarà chiamato a staccare la sacca di nutrizione. Obiettore, per assurdo, sarebbe chi decidesse di riattaccare la sacca, ma andrebbe incontro lui a conseguenze penali».
Fuori, in una Udine forse ancora ignara, più che distratta, c’è stato però chi - «Monica e Cristiano», si legge in un biglietto accanto a due bottiglie d’acqua lasciate sul portone del Duomo - ha pensato a Eluana. E a quella che sarà la sua ultima sete.