NEUTRALISMO ANTIAMERICANO

Un neutralismo mascherato. Non c'è un'altra possibile definizione della visione e delle scelte del governo in politica estera. La mitologia del multilateralismo appare sempre più lo schermo dietro il quale viene nascosta la permanente tentazione di seguire un'oscura «terza via». Anzi, se ne vede uno solo: distinguersi sempre e comunque da Washington. O contrapporglisi, salvo quando è proprio impossibile. D'Alema, con la sua lettera di ieri, ne ha dato l'ultimo esempio. Agli alleati le rispostacce, le buone maniere sono riservate a Ahmadinejad, a Chavez, a Hezbollah, come dieci anni fa a Fidel Castro. Farnesina o Eurabia? Una Sigonellina? Uno Chirac di serie B?
Si può dunque avere il dubbio che, per il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e le forze che essi rappresentano, l'offensiva degli estremisti dell'Unione su Vicenza e sull'Afghanistan sia solo un alibi. L'alibi non solo per cancellare le scelte compiute dalla Casa delle libertà, ma per giustificare una costante e ininterrotta divaricazione dall'insieme della storia italiana. Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio non sono dei guastatori, sono piuttosto funzionali ad un'operazione destinata a cercare altri interlocutori internazionali e a fissare nuove priorità.
Se non fosse così, non ci sarebbe stata questa reazione alla lettera pubblica dei «Magnifici sei» e alla nota del Dipartimento di Stato. Se i bersagli fossero stati gli estremisti dell'Unione, sarebbe stata data una risposta opposta, sarebbero stati riaffermati gli impegni presi. Presi per di più nell'ambito di quel multilateralismo - l'Onu e la Nato - esibito come «opzione di pace». Invece, l'appello degli ambasciatori degli alleati maggiormente impegnati sul fronte afghano si è abbattuto direttamente su Prodi, su D'Alema e su Parisi, cioè sui garanti del ruolo italiano. La diffidenza riguarda loro. E non è fuori luogo.
Già tra il 1996 e il 1998, durante il suo primo passaggio a Palazzo Chigi, Prodi ebbe una difficile convivenza con l'unilateralismo clintoniano - il democratico Clinton, non Bush - nella ex-Jugoslavia e in Irak. Il Kosovo fu solo una parentesi, subito chiusa, al punto che il partito di D'Alema è stato successivamente prodigo di autocritiche. Oggi il Professore è sulla stessa lunghezza d'onda di allora. Sa che c'è un solo limite che non può superare, ovvero il coinvolgimento nella Nato, il vincolo che rende impossibile la ritirata da Kabul. È quel che in questi giorni ha cercato di spiegare ai suoi alleati. Ma su tutto il resto non resiste ad esprimere una visione di neutralità. Massimo D'Alema l'ha esplicitamente tradotta nell'equivoca formula dell'«equivicinanza», grazie alla quale Hezbollah, Hamas, Ahmadinejad, le «corti islamiche» somale e così via sono considerati alla stessa stregua delle democrazie occidentali.
È, in altre parole, la visione della rinuncia ad un ruolo internazionalista, con l'argomento della coabitazione con una sinistra estremista.
Hanno dunque capito bene gli alleati. L'anomalia italiana non è solo costituita dal «pacifismo al governo» di Rifondazione, Pdci e Verdi, ma soprattutto dal neutralismo mascherato che Prodi e D'Alema, nonostante le tardive grida di Rutelli, hanno eletto a politica estera dell'Unione.