Niente prediche ma verità sul duce

«Contro Mussolini ci fu un processo di un solo minuto. Gli chiesero il nome e alla risposta gli spararono», così ha risposto il consigliere del premier iracheno Nuri al Maliki a Romano Prodi e ai politici italiani, sdegnati per l'impiccagione di Saddam Hussein. Come sappiamo non andò esattamente il quel modo, ma la sostanza non cambia: la fucilazione di Mussolini avvenne senza processo e con più crudeltà. Anche senza tenere conto che insieme al dittatore fu uccisa con inutile sadismo la sua amante, colpevole di nient'altro che di essere vicina a lui.
Quanto alla risposta di Prodi - si era nel '45 e il mondo nel frattempo ha fatto molti passi avanti riguardo alla pena di morte - davvero non regge. Prima di tutto perché il 2006 dell'Irak non è meno drammatico del 1945 italiano, anzi a una guerra civile che era virtualmente finita il 28 aprile del '45, corrisponde in Medio Oriente una guerra civile sempre più virulenta; poi perché nel nostro secondo dopoguerra erano già passati quasi due secoli da Cesare Beccaria e dal suo Dei delitti e delle pene. Se Prodi vuole proprio fare un confronto storico, sempre azzardato, lo faccia senza infingimenti e vedrà che i governanti iracheni hanno ragione nell'irritarsi per i suoi commenti.
In entrambe le esecuzioni è stata fatta l'inevitabile giustizia del vincitore, mai obiettiva. In Irak, però, si sono rispettate la forma e la sostanza di un processo regolare, nel quale all'imputato è stato consentito difendersi e - soprattutto - lanciare proclami e appelli al suo popolo in generale e ai suoi seguaci in particolare: proprio quello che si volle impedire a Mussolini, sbattendolo improvvisamente a un muro davanti a dei mitra. Quanto ai sospetti di ingerenze delle potenze vincitrici, anche in questo caso la nostra storia non ha niente da invidiare a quella irachena: sia che gli Alleati volessero il duce morto, per evitare il processo, sia che quel processo lo volessero, i partigiani si comportarono nel modo più spietato; nel primo caso obbedendo a un ordine non scritto, nel secondo - più probabile - superando l'ingerenza con la violenza.
Se poi si vuol discutere di come sono avvenute le due esecuzioni e dei dileggi subiti dai due dittatori, ancora una volta gli iracheni del 2006 ne escono meglio degli italiani del 1945. A Saddam è stato concesso di prepararsi alla morte, a Mussolini no. Quanto alle derisioni e agli insulti riservati al rais negli ultimi minuti di vita, la mancanza di testimonianze attendibili e di documenti audio o video ci ha impedito di conoscere quelli che senza dubbio dovette subire il duce da parte di un gruppo di partigiani né sereni né educati a Oxford. E nessun insulto, nessuna immagine ripresa con il videofonino supererà l'orrore di ciò che avvenne a piazzale Loreto.
Ecco. Ricordando piazzale Loreto qualsiasi popolo ha e avrà buone ragioni per tacitarci, ogni volta che noi italiani vorremo intervenire nella condanna a morte di un dittatore, perché è difficile immaginare qualcosa di peggio. E se è stato giusto tentare di salvare la vita a Saddam, anche senza speranza, Prodi doveva davvero risparmiarsi la morale fatta agli iracheni. La storia non fa salti, i popoli neppure, e sessant'anni sono un niente nel trascorrere dei secoli. Se Prodi avesse voluto compiere un concreto passo etico e di giustizia, invece di accusare un altro popolo, un altro governo, avrebbe dovuto esigere - finalmente - chiarezza da chi sa come fu davvero ucciso Mussolini e perché. A questo scopo non doveva fare molta strada né troppa fatica, bastava chiedere ai principali alleati del suo governo, quei diessini eredi del Partito Comunista Italiano, che ancora nascondono agli italiani e al mondo la verità sulla morte del nostro dittatore.

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