«Il no alle scuole statali uccide l’integrazione»

Roberto Bonizzi

«Via Quaranta è uno specchio in cui ci dobbiamo guardare spaventandoci. Perché mostra tutta la nostra pochezza nel gestire un’opportunità. Quella dell’integrazione». Paolo Branca è docente di lingua e letteratura araba all’università Cattolica di Milano e, da quattro anni, è impegnato nell’istituto di via Quaranta insieme ad altri colleghi. Un osservatore privilegiato di una realtà complessa. «Tutti ne parlano, ma se ne sa poco» spiega il professore.
Com’è cominciata la sua esperienza in via Quaranta?
«Quattro anni fa mi ha chiamato Abdel Hamid Shaari, che aveva aperto la scuola Fajr 16 anni fa. L’istituto era nato da un’esigenza legittima delle famiglie egiziane, che volevano la conservazione della lingua e della cultura d’origine per i propri figli. Il calcolo era sbagliato: pensavano di tornare in Egitto dopo pochi anni, invece quasi tutti (il 95 per cento) vivono ancora qui».
Qual era il suo ruolo?
«In accordo con provveditorato e Comune ho organizzato laboratori di italiano per i bambini, insieme agli stranieri delle scuole pubbliche vicine. Bimbi e famiglie ne erano felicissimi. E chi non poteva partecipare ha voluto che, anche in via Quaranta, si cominciasse a studiare un po’ d’italiano».
Alla base della scuola islamica, però, resta quell’errore di valutazione.
«Obbligarli quasi tutti a seguire un programma arabo integrale non si è rivelata la scelta più adeguata. E poi hanno pagato la loro chiusura, il non voler mai confrontarsi con la realtà del Paese che li ospita».
Avete proposto soluzioni alternative?
«Durante il nostro lavoro all’interno della scuola facevamo presente sia a loro sia alle istituzioni che bisognava sciogliere il nodo di fondo, quello della natura giuridica della scuola, che non era e non è prevista da alcun ordinamento italiano».
E la risposta qual è stata?
«Il problema è stato trascurato da entrambe le parti. Nessuno aveva gli strumenti per intervenire. E la cosa è finita in modo inglorioso».
Anche perché le istituzioni poco tempo fa sembravano avere aperto uno spiraglio, con la possibilità del trasferimento in via Zama?
«C’è stata questa apertura per dar loro una sede. Poi, a pochi giorni dal via delle lezioni, l’istituto è stato chiuso con la stessa motivazione, la sede non idonea. Questo finale è molto traumatizzante per i bambini. Vedono la situazione più grande di loro. Ma questa crisi può servire, vedo la consapevolezza di dovere voltare pagina. Chi ha sbagliato ormai ha sbagliato. Ora scegliamo una soluzione di qualità per i bambini e un modello d’integrazione valido per la nostra società».
Però, ancora ieri mattina, un gruppo di mamme con i figli era in via Quaranta a fare lezione sul marciapiede.
«Ora serve fermezza, non bisogna illuderli con speranze di proroga o scappatoie. Quella scuola è illegale. Tutte le famiglie egiziane riceveranno una lettera nei prossimi giorni. In arabo e italiano. Si chiarirà la possibilità dell’istruzione paterna, per cui servono mezzi tecnici ed economici. E poi verrà formulata la possibilità, garantita da Zenga e Dutto, di offrire corsi di arabo nelle scuole pubbliche. Sono 17 le famiglie che hanno già chiamato. Io credo, una volta informati, che la maggior parte seguirà questa strada: è comoda, gratuita e di qualità. Chi rifiuta sceglie di tagliarsi fuori dalla convivenza e dai vantaggi dell’integrazione».
Intanto la scuola è cominciata già da più di una settimana.
«Ancora una volta pagano i bambini, ma già per 12 anni avevano pagato studiando solo arabo. È questo il vero danno. Non una bomba, un furto o lo spaccio di droga. Sono centinaia e centinaia di bambini, ormai adulti che hanno frequentato tutto il ciclo della scuola dell’obbligo senza imparare l’italiano, senza integrarsi. E abitano in Italia. Chissà che vita fanno?».
E i bimbi di oggi?
«Questi 500 bambini hanno grandi progetti. Vogliono diventare medici, insegnanti, astronauti. E le loro famiglie sono magari benestanti e per i loro figli sognano un futuro di un certo livello. Per realizzarlo dobbiamo affidarci a un progetto di scuola di qualità, investendo nella formazione interculturale».