Nobel delle mie trame. E se stavolta toccasse a noi?

Manovre, aiuti, alchimie. Cosa si muove dietro il più prestogioso premio al mondo

Vent'anni di digiuno. Ma questa volta, dopo tanto tempo, si riparla di Italia per le candidature al Nobel della letteratura. Tra Pirandello e Quasimodo passarono 23 anni. Tra Montale e Fo ne trascorsero 22. Ma se nel primo caso l'Italia dovette espiare le colpe del Ventennio fascista- durante il quale peraltro vinsero sia la Deledda sia il drammaturgo agrigentino - c'è da domandarsi per quale ragione gli Accademici ci abbiano dimenticato dopo il riconoscimento all'autore del Mistero Buffo nel 1997. Tanto che gli ultimi riconoscimenti sono andati a Patrick Modiano, Svetlana Aleksievic e Bob Dylan, ovvero uno scrittore poco conosciuto, una giornalista nota solo in Russia e un cantautore, per quanto bravo. Per capire le ragioni di queste scelte occorrerà attendere una cinquantina d'anni, quando verranno desecretati gli atti con le motivazioni. «Con le sue decisioni l'Accademia cerca in tutti i modi di non essere prevedibile e suscitare stupore». Enrico Tiozzo, docente di Letteratura italiana all'università di Göteborg e storico, formatosi alla Sapienza di Roma alla scuola di Rosario Romeo, i meccanismi svedesi li conosce nel profondo. E può dare una mano a capire cosa si muove attorno a uno dei premi più prestigiosi del mondo e perchè, seguendo tam tam e calcoli matematici, quest'anno il riconoscimento potrebbe davvero tornare in Italia: «I tempi sono maturi».

La candidatura di Vecchioni, che nel 2013 sollevò polemiche, segnò un cammino. Tanto che l'anno scorso venne premiato Bob Dylan per «fare scalpore, uscendo ostentatamente dal bacino tradizionale dei premiabili. Rispetto a lui, Vecchioni aveva una produzione letteraria non indifferente. Se l'Accademia si fosse orientata verso l'Italia, il professore avrebbe avuto quella possibilità di vincere», dice Tiozzo.

COPPIE RIVALI

Niente cantautori dunque. I nomi italiani che circolano con più insistenza (il vincitore sarà ufficialmente reso noto il 5 ottobre) sono sostanzialmente due, molto accreditati a Stoccolma: Claudio Magris e Dacia Maraini. «Per i suoi temi, per la fama di cui gode in tutto il mondo e per la popolarità che ha in Svezia, Magris avrebbe dovuto ricevere da tempo il Nobel. Qualche mese fa - spiega ancora Tiozzo - il più grande giornale svedese della sera ha pubblicato un articolo a tutta pagina sul suo ultimo libro (Non luogo a procedere, ndr), tradotto come molti altri, intitolandolo Ben degno del suo Nobel. La Maraini può giocarsi le sue carte. Quando decide di premiare un Paese, l'Accademia si chiede sempre quale sia il candidato più forte». Inoltre, stando alla consuetudine dell'alternanza dell'ultimo lustro, quest'anno toccherebbe a una donna.

A livello mondiale, Magris e la Maraini se la dovranno vedere con Adonis, il poeta siriano più volte in lizza ma sempre bocciato. E con l'israeliano Abraham Yehoshua. «Sono nomi autorevoli ed entrambi ce la possono fare, ma per tutti e due l'età stringe, anche se Doris Lessing e Mario Vargas Llosa, tra i più seri aspiranti per tanti anni, ce l'hanno fatta con molto ritardo».

Quanto all'Italia, Italo Calvino e Sebastiano Vassalli sono il passato, i casi in cui la morte arrivò prima, eppure entrambi - per anni - sono stati tra i favoriti. Anzi, l'autore del Barone rampante è andato molto oltre la candidatura. Avrebbe certamente vinto se l'ictus non lo avesse ucciso. Andrea Camilleri, il padre di Montalbano, è il presente improbabile. A 91 anni non avrà molte occasioni. Elena Ferrante è il presente impossibile. «In Svezia c'è un certo interesse di pubblico intorno ai suoi libri, ma non si laurea uno pseudonimo».

In 117 anni la pergamena è arrivata in Italia sei volte. Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo che la spuntò su Ungaretti, il «collega» ritenuto più destrorso e quindi meno gradito alla socialdemocrazia del Nord. Poi Eugenio Montale e Dario Fo. Tutti qui. Più di noi ne hanno vinti solo Francia (15), Usa (11), Regno Unito (10), Germania e Svezia (8).

Le scalate tricolori al premio iniziarono con Carducci. Era il 1906 e la Grande Guerra era lontana, ma la crisi era grave. Umberto I era già stato ucciso a Monza e il regicidio aveva messo a nudo le questioni più dolenti. Il poeta di Bolgheri aveva un piglio politico forte, sanguigno e focoso come la Bologna in cui insegnava letteratura italiana.

LAICI E CATTOLICI

La sua laicità lo fece prevalere sul candidato vero al Nobel letterario di quegli anni. Antonio Fogazzaro, romantico narratore di un'«Ombretta sdegnosa del Mississippi», non ottenne mai il bacio di Stoccolma. Il suo senso religioso, nostalgicamente e sdolcinatamente bigotto, lo mise fuori gioco. L'italico homo novus, capace di risolvere la «questione romana», invocato nel Daniele Cortis, si dissolse nelle atmosfere di un piccolo mondo antico che agli albori del nuovo secolo profumava troppo di lacrime e di echi del passato. Vinse Carducci - impossibile stabilire se con maggiore, minore o ugual merito - e se ne andò l'anno dopo. Fece in tempo a concludere la lectio agli Immortali che il Padreterno lo richiamò a sé, lasciando al mondo un Fogazzaro senza più ambizioni.

Per l'Italia le candidature di coppia sono la nemesi di un destino che si perpetua nei decenni. Carducci e Fogazzaro sono, almeno potenzialmente, come Magris e la Maraini. Allo stesso modo Grazia Deledda cancellò la speranza di Roberto Bracco e Matilde Serao. Successi e delusioni si compensano in una serie di sfide fratricide. Il trionfo di uno scrittore fa rima con la sconfitta dell'altro e il verdetto non ammette repliche.

Il Nobel a Quasimodo nel '59 impedì a Ungaretti di vincere il meritatissimo titolo. E il giullare Dario Fo, vent'anni fa, privò dell'alloro il poeta Mario Luzi. Per nessuno ci fu una seconda occasione. Benedetto Croce, ripetutamente candidato, se ne andò prima che gli Immortali si convincessero a maggioranza.

SIMPATICI AI GIUDICI

Per vincere servono congiunzioni astrali uniche. Un romanzo. Un'opera narrativa breve. Un testo che racchiuda la Weltanschauung dell'autore. L'età giusta. Opere tradotte e conosciute in Svezia. «Sembrerà un paradosso, ma il requisito essenziale è di essere nelle momentanee simpatie di qualcuno degli Accademici. Studiando i documenti originali emerge che la Deledda la spuntò per le forti simpatie del potente di allora, Henrik Schück, Quasimodo per la spinta di Eyvind Jonson e Fo per le insistenze di Lars Fossell. Solo per quanto riguarda l'Italia. Quando ho chiesto a un Accademico perché un certo scrittore non avesse mai vinto, pur essendo stato a lungo tra i più accreditati, mi sono sentito rispondere: Gli è mancato un voto. La commissione è di 16 membri eletti a vita. Servono nove consensi».

Commenti

guardiano

Mer, 04/10/2017 - 09:34

Il Nobel,visto come viene gestito è peggio del mercato delle vacche e quindi ha il valore di un assegno al protesto.

killkoms

Mer, 04/10/2017 - 10:51

se proprio dobbiamo dare un nobel ad un italiano,a chi lo diamo?ad un comico!