Le nobildonne della Ca’ Granda, un secolo a fianco dei malati

Il 16 aprile 1887, per rispondere all’accusa delle critiche lanciate dalla stampa cittadina, tra cui l’eccessiva tirchieria, l’amministrazione della Ca’ Granda deliberò la creazione della Commissione visitatrice, ovvero un gruppo, laico, formato da «caritatevoli nobildonne e signori», con il compito di tenere alta la reputazione dell’ospedale svolgendo controlli alle strutture e stabilendo un rapporto di amicizia e aiuto con i malati: il Consiglio, in pratica, volle procurarsi «un’alleata degna di fede e di rispetto per dissipare le tristi impressioni che periodici malevoli, ispirati da tristi individui che per fini diversi osteggiano la nostra amministrazione, hanno potuto spargere su questi Istituti, con danno evidente della beneficenza».
Oggi la Commissione visitatori e visitatrici dell’ospedale Maggiore di Milano esiste ancora e ha ufficio centrale al Policlinico.
«Quando arrivi qui in sede al mattino sembra la Corte dei miracoli - dice Cecilia Litta Modignani, che da qualche mese è stata eletta presidente, dopo che sua madre, Lia Litta Modignani, aveva a lungo sostenuto lo stesso ruolo - puoi trovare il caposala di qualche reparto di uno degli ospedali che curiamo, oppure dei malati. Vengono qui a dirci i loro problemi, nel caso le Visitatrici non l’abbiano già rilevato e riferito».
In sede c’è sempre l’assistente sociale Gabriella, l’unica che riceve una remunerazione, ed è la prima persona a cui fare riferimento, è lei che parla con le Visitatrici, una decina in tutto, o gli assistenti sociali degli altri ospedali. «Ad esempio, quando un malato viene dimesso - spiega Cecilia - spesso capita che non abbia denaro sufficiente per tornare a casa. In tal caso noi provvediamo al suo rientro. Oggi, poi, abbiamo molto spesso a che fare con emigrati: quando non hanno il permesso di soggiorno, se gli succede qualcosa vengono mandati in pronto soccorso e gli viene data una qualifica provvisoria. Il pronto soccorso, però, non può tenerli fino alla completa fine della cura, quindi li manda a noi». La Commissione ha anche una casa in affitto, «in cui possono stare due persone che stanno aspettando, ad esempio, un trapianto d’organi, o che devono fare riabilitazione dopo la cura». Come il caso della signora romena che attendeva un trapianto, e intanto aveva un lavoro: «L’abbiamo messa nell’alloggio fino all’operazione e durante il recupero, ora è tornata al suo Paese».
«Il nostro aiuto è anzitutto di cura, compagnia, vicinanza - continua Cecilia - e questo è il primo ruolo delle Visitatrici in reparto. Dove le esigenze sono più grandi, cerchiamo di dare assistenza in diversi modi». Si tratta di un organismo dell’ospedale stesso, che opera al suo interno ma che non riceve alcun finanziamento pubblico: «Abbiamo dei soci che versano una quota di 50 euro all’anno, e abbiamo dei donatori. Però sarebbe necessario aumentare le entrate».