Ma non ci sarà la fine del mondo liberale

Nel 1994 saltò, fallì Orange County in California, per scommesse sbagliate sui tassi di interesse. E si gridò alla fine del capitalismo. Nel 1998, a settembre, stessa fine fece il fondo Ltcm gestito da una pattuglia di nobel dell’economia. Nel 2000 in primavera caddero come birilli le società della new economy provocando perdite nei portafogli dei risparmiatori che ancora oggi si leccano le ferite. E finalmente, si fa per dire, arriviamo all’agosto dell’anno scorso quando sono iniziati i gravi problemi dei mutui subprime. Con banche che saltano, e regine come Bear Stearns che vengono cedute a prezzi di affezione. Se c’è una linea rossa che lega questi eventi, solo per citare quelli dell’ultimo decennio, è il trattamento che i commentatori danno di questi fenomeni. «È la fine del nostro modo di vivere», «è la morte del capitalismo e del mercato» e così di seguito. Nella cronaca di questi giorni ovviamente c’è anche lo zampino dell’odiato presidente degli Usa, Bush, e dell’oligarchia finanziaria governata dalla Fed. Il tentativo, mediaticamente riuscito, è quello di trovare sempre un principio generale di ineluttabile fine del mondo liberale. Si confondono due piani: la responsabilità manageriale di chi ha compiuto errori e che in parte non li paga, con un sistema di mercato che questi errori ha reso possibili. Non si possono e non si debbono confondere i due piani: altrimenti le soluzioni che si cercano rischiano di essere peggiori del male che si intende curare. La crescita economica di questi ultimi dieci anni è stata poderosa (non certo per l’Italia che anzi ha fatto un passo indietro) e le crisi finanziarie l’hanno fermata per qualche tempo, ma non bloccata. Il nostro non è un approccio fideistico verso le virtù del mercato, ma il tentativo di non gettare all’aria il progresso economico e finanziario fatto. I capitomboli dei mercati sono visti troppo spesso come la prova, per alcuni benvenuta, del fallimento di un modello di crescita, che è quello occidentale.
Con questa lente di ingrandimento si getta solo fumo negli occhi. Non sono i principi generali che hanno fallito, ma la gestione contingente dell’opportunità. A tutti i cuochi della soluzione migliore per i mercati, conviene chiedere: «In questi dieci anni cosa avremmo dovuto fare? Avreste preferito una crescita più modesta, ridicola, sullo stile italiano, pur di non rischiare l’errore?». Il mercato e la libertà di mercato contengono geneticamente i germi del rischio e dell’errore. La sua evoluzione è disordinata per definizione: altrimenti non sarebbe un mercato, ma un luogo di pianificazione. E chi pianifica, viene da chiedersi, non può forse sbagliare?
Ciò non toglie che la crisi di queste settimane sia grave e profonda. Che i piccoli e più indifesi risparmiatori rischino di lasciarci le penne. E che i controlli (che con le regole sono l’architrave di un mercato) siano stati talvolta insufficienti. Ma attenzione alle soluzioni miracolistiche: il mercato finanziario è il luogo del rischio. La sua più grave colpa non è rappresentata dalla sua caduta, ma dalla sua incapacità di incamerare nei prezzi il rischio, che appunto si corre. È successo sui mutui subprime, è successo per i modelli matematici dei Nobel di Ltcm, è successo per la new economy. Ma speriamo che succeda anche nel futuro. Vorrà dire che al modello di libertà di scambi e transazioni economiche e finanziarie non si sarà rinunciato. E alla crescita che esso comporta.
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