"Non ho soldi, niente bambini" Il boom degli aborti per la crisi

Spesso la causa è economica. <strong><a href="/a.pic1?ID=339046">La Roccella</a></strong>: &quot;Già aiutati 65mila italiani&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=339025">La proposta: social card per chi è incinta</a></strong>/ <em>Michele Brambilla</em>

Angela è italiana. Ha perso il lavoro, il marito lavora in una cooperativa ma per il momento non lo chiamano più, non ci sono commesse. Hanno due figli e il terzo in arrivo. Un’altra bocca da sfamare. Ma come si fa a mettere al mondo un altro figlio quando non si hanno soldi per pagare il mutuo o si stenta a fare la spesa al fine settimana? Così Angela si è presentata in ospedale, per abortire.
Elena invece è una ragazza extracomunitaria, sulla trentina, ha già un figlio, è incinta ma il compagno l’ha abbandonata. E lei si trova in una grossissima difficoltà, le sue condizioni economiche sono disastrose. Altra storia. Due minorenni, lei incinta e lui che vorrebbe fare il papà. Ma i genitori della ragazzina l’hanno già portata in ospedale: non ce la fanno a crescere un altro bimbo.

La lista è lunga ma le storie di vita drammatiche si ripetono. Un fenomeno che fa paura perché è in continuo aumento, complice anche la crisi. Protagoniste donne che vorrebbero tenersi il bambino, ma rinunciano per far quadrare i conti. A volte. A volte no. Quando riescono a trovare una mano tesa che fa intravedere uno spiraglio. Nei Cav, i centri di aiuto alla vita, per esempio, ci sono operatori che ascoltano i guai ma tentano anche di risolverli. E dove non arriva lo Stato ci sono loro. Una donna che rinuncia all’aborto, per esempio, viene aiutata in diversi modi. Economicamente, intanto. Almeno 160 euro al mese per 18 mesi, sei mesi prima e un anno dopo la nascita del bambino. Ma viene aiutata anche per la spesa, i vestiti, i corsi per lo sport se ha altri bambini, l’assistenza legale per un matrimonio fallito. Una rete di protezione che ha fatto nascere la speranza a 330mila donne che sono state assistite in 30 anni di attività.

I bambini salvati da aborti della disperazione sono 105mila: 11mila solo in Mangiagalli, ospedale di eccellenza per l’ostetricia di Milano. Paola Bonzi, fondatrice del Cav dell’ospedale milanese è soddisfatta del lavoro svolto. Ma ammette: «Ogni giorno qualcuno si presenta da noi con la morte nel cuore. Ha scelto l’aborto perché non si può permettere di sostenere un bambino ma aspetta qualcuno che le faccia cambiare idea. E sono aumentati gli aborti delle italiane che rinunciano a mettere al mondo un figlio perché non hanno soldi per mantenerlo. Inoltre in termini assoluti tempi di attesa per abortire sono saliti da sette a dodici e probabilmente molte donne si rivolgono altrove per non aspettare». Anche Basilio Tiso, direttore della Mangiagalli ammette che i problemi finanziari sono ormai il motivo prevalente per cui una donna decide di interrompere la gravidanza.

«Da noi non sono aumentati gli aborti in assoluto – tiene a precisare – ma sono triplicate le donne italiane che chiedono aiuto ai centri di sostegno». Ubaldo Camilotti, che cura il rapporto annuale dei Cav spiega: «Le richieste di aiuto per problemi di soldi quest’anno sono vicine al 50%, negli anni ’90 non superavano il 20-30%. Ma noi siamo un’associazione di volontariato e avremmo bisogno di aiuto, dallo Stato e dalle Regioni. Non si tratta di erogare soldi a pioggia a chiunque si presenti, noi non siamo un distributore automatico, siamo prudenti e useremmo questi fondi con cautela. Ma ne avremmo bisogno».

Stessa richiesta viene anche da Erica Vitale, che da anni si occupa del «Progetto Gemma». Un tentativo concreto che dal 1994 tenta di aiutare, a livello nazionale, le donne in difficoltà. Con un contributo minimo mensile di 160 euro, si può «adottare» per 18 mesi una mamma e aiutare così il suo bambino a nascere. «Ma siamo sempre più a corto di persone che vogliono adottare, lavoriamo sodo per risolvere i problemi concreti di una famiglia». Come il progetto «Riscaldiamo i nostri bambini», presentato dalla Federvita Lombardia alla Regione Lombardia in base alla legge 23. Un’idea che parte da una necessità reale: pagare le bollette del riscaldamento. «E la Regione, continua Erica Vailati, ha già provveduto a stanziare 65mila euro. Una battaglia che riusciamo a vincere solo insieme».