«Non si ha il diritto di scegliere il figlio sano»

Vittorio Macioce

Qui siamo ai confini del diritto. Una bimba nata con gravi malformazioni ha diritto a un risarcimento danni perché il ginecologo non ha informato i suoi genitori? Il medico non ha detto: la figlia che state per avere non ha gambe né braccia. Non lo ha detto perché ormai era troppo tardi per l’aborto e perché lui, in fondo, è un obiettore di coscienza. La Cassazione, con una sentenza storica, ha detto no. Va bene il risarcimento al padre e alla madre, ma a lei, la figlia, no. «Esiste - dice la terza sezione civile della Suprema Corte - un diritto a nascere sani. Ma non esiste un diritto a non nascere se non sani». Il discorso è più semplice di quanto si creda. Tutti gli uomini sono uguali, quelli nati bene e quelli nati male. Non può esistere quindi un risarcimento per chi non è nato «perfetto». Non può esistere perché la vita è vita, comunque sia. «L’aborto eugenetico - spiega il relatore della sentenza, Maurizio Massera - non è un’ipotesi configurabile né ammissibile nel nostro ordinamento giuridico. Il diritto del concepito a nascere, pur con malformazioni o patologie, va sempre tutelato».
È una storia che comincia diciassette anni fa. Friuli, provincia di Pordenone. Una coppia aspetta un figlio. Scelgono il ginecologo dell’ospedale di Salice. Sarà lui a seguire la maternità dall’inizio alla fine. Il padre e la madre temono che qualcosa possa andare male. C’è una sovrapposizione genetica. Vengono dalla stessa terra, dallo stesso paese. Fanno tutti gli esami: ecografie e villocentesi. Il ginecologo non dice nulla. Tutto sembra andare bene. Arriva il parto. La madre è sul letto d’ospedale. Il padre aspetta. Nasce. È una bimba. Il ginecologo chiama il padre. Fiocco rosa. Ma l’uomo guarda sua figlia e vede che non ha braccia né gambe. È il tracollo. Impazzisce dal dolore. Esaurimento nervoso. La madre è solo di poco più forte. Non sapevano nulla, non sospettavano nulla. «Più tardi il medico confesserà - racconta Maria Antonia Pili, avvocato della coppia - che non ha detto nulla perché si è reso conto delle malformazioni troppo tardi. Erano passati sei mesi e quindi non era più possibile abortire. Non ha detto nulla anche perché è un obiettore di coscienza. E considera comunque l’aborto un omicidio».
Cominciano i processi. Si parte con il penale. Il tribunale di Trieste condanna il ginecologo a sei mesi di carcere per rifiuto d’atti d’ufficio. Conferma in appello. Poi arriva la prescrizione. I tempi lunghi della giustizia.
Secondo atto, tocca al civile. Ora si parla di risarcimenti. I genitori dicono che, se informati in tempo, avrebbero potuto valutare l’aborto o un viaggio in un Paese estero con «un regime giuridico meno rigoroso di quello italiano». Ci sono poi i danni morali e materiali. C’è il diritto all’informazione e a un approccio meno brutale alla realtà. Il tribunale, è sempre quello di Trieste, dà ragione alla coppia e riconosce un risarcimento danni cospicuo. Tutto regolare, quindi. Ma è proprio qui che si apre la questione cruciale del diritto. Va bene il risarcimento ai genitori. Ma alla bambina? Lei non ha diritto a nulla? Il tribunale dice: il suo diritto era nascere. La coppia, e il suo avvocato, replicano: lei ha diritto a un risarcimento perché è nata così, perché i suoi genitori non hanno potuto scegliere se farla vivere in queste condizioni o non farla vivere. I genitori, soprattutto, non hanno potuto scegliere quale fosse, per lei, il male minore. Soffrire o non soffrire.
La bimba ora è un’adolescente di diciassette anni. La sua vita dipende completamente dagli altri. Ma la sua mente è lucida. La sua intelligenza non rispecchia il suo fisico. Sa chi è. Conosce la sua condizione. La Cassazione ha detto che non esiste un diritto a nascere bene. Non esiste un risarcimento per essere nati. Non qui, comunque. Forse solo Dio conosce quanto vale vivere.