Al Nord più poveri per colpa di affitti e di famiglie single

I costi fissi pesano così tanto che nelle regioni ricche si soffre di più che al Sud

È più probabile essere poveri se si vive al Nord. Colpa dei prezzi delle case e dei supermercati ma anche dell’abitudine di vivere da soli o in due: i costi fissi pesano di più e si scivola senza accorgersene sotto la soglia della povertà. Tra luce, gas, affitto stellare, auto o abbonamento ai mezzi pubblici, può capitare di non avere abbastanza soldi per comprarsi da mangiare. Sono i risultati di uno studio sulla Povertà alimentare presentati dal professor Luigi Campiglio, dell’Università cattolica, al convegno sull’«Anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale», ospitato nei rinnovati locali della Casa di accoglienza di viale Ortles.
Povertà alimentare non significa carenza totale di cibo: nessuno muore di fame. «Non è fame come accade in paesi del mondo come l’Africa, ma si tratta di una situazione di malnutrizione che, soprattutto quando coinvolge bambini e minori, può avere conseguenze altrettanto deleterie per un equilibrato sviluppo» spiega il professor Campiglio. La soglia di povertà alimentare fissata dall’Istat indica infatti la spesa per un paniere minimo di beni di sussistenza.
Come un tempo c’erano persone che vivevano solo di riso o polenta, adesso nelle città del Nord cresce il numero delle famiglie che non può permettersi di comprare la fettina di carne o il pesce e magari va avanti a pasta e pomodoro. Per questo misure come mantenere basso il biglietto dei mezzi pubblici o assicurare l’esenzione totale dall’Ici sulla prima casa a Milano hanno un effetto sollievo molto più alto che altrove.
Veniamo ai dati. Al Nord l’incidenza percentuale di famiglie povere è del 7,28 per cento: su un totale di 11 milioni e 390mila famiglie (che corrispondono a circa 30 milioni di persone), si stima che 828mila vivano sotto la soglia della povertà. Al centro la percentuale è del 4,7 per cento (215.558 famiglie) e al Sud del 5,82 per cento (436.353 famiglie). Inoltre, secondo lo studio, «il 55 per cento dei poveri alimentari è concentrato al Nord». Più di uno su due.
Può sembrare strano a chi ragiona in teoria, è comprensibilissimo a chi vive nella realtà e si trova a fare i conti con un mutuo pesante e un carrello della spesa ingombrante. Arrivare a fine mese non è facile per tutti. Le città del Nord sono più care e trovarsi in difficoltà a Milano è peggio che dover tirare la cinghia in Calabria.
Qualche responsabilità va alle abitudini familiari e al più alto tasso di separazioni. Al Nord le famiglie hanno meno componenti che al Centro e al Sud e a Milano il numero di chi vive da solo ha addirittura superato le famiglie con due o più componenti. «Le famiglie piccole hanno diseconomie di scala - spiega Campiglio - perché aumentano i costi fissi del vivere civile e si riducono gli spazi di scelta negli acquisti. Il risultato è che, come nell’Ottocento, si comprimono i consumi alimentari». Oltre tutto, segnala il professore, «a Milano l’evasione fiscale in proporzione è più bassa che nel resto del Paese». Insomma, al Sud girano più soldi in nero e questo riduce ancora di più il numero di poveri reali. Conclusione: «Il rischio di povertà alimentare a Milano e al Nord è molto più alto».
Un discorso che naturalmente vale anche oltre confine. Lo spot voluto dalla Commissione europea per l’anno della lotta alla povertà racconta scene di ordinaria povertà alimentare nell’Ue: gente comune che tra i corridoi dei supermercati rimugina sui centesimi prima di arrivare alla cassa. Mal comune mezzo gaudio?