Nostalgici del Dio minuscolo

Non poteva sfuggire all'Unità e a Repubblica che lo scandalo di Natale - al cinema - è il pericoloso kolossal: «Le cronache di Narnia». Perché è pericoloso per questa polizia del pensiero? Perché finora la Disney aveva fatto da cassa di risonanza del conformismo «politically correct». I suoi film trasudavano buonismo ecologista e menavano i bimbi sulla via noiosa del «luogocomunismo», l'ideologia dominante.
Poi c'è stato lo shock di «The Passion». Mel Gibson - avendo contro tutta l'industria cinematografica - ha raccontato la cruda e struggente passione di Gesù e ha sbancato, ha travolto ogni record di successo. Così tutti si sono accorti che la figura di Gesù è di gran lunga la più affascinante di tutti i tempi e che i cristiani non sono soltanto bersagli da irridere e da infamare (nei film), ma sono anche un grande pubblico mondiale. Ecco come arrivano «Le cronache di Narnia». Sia chiaro, questo film, tratto dal racconto di Clive Staples Lewis (uno dei grandi convertiti inglesi del Novecento), è innanzitutto una grande e bella storia (il libro è da anni un classico e ha venduto nel mondo anglosassone circa cento milioni di copie). Ma è facilissimo capire di chi parla la narrazione.
Walter Hooper ha raccontato che una disegnatrice doveva illustrare questi racconti per una casa editrice e un giorno, mentre dipingeva il Leone Aslan, «sanguinante e moribondo, scoppiò a piangere e capì che il motivo per cui si commuoveva era che Aslan, che aveva sacrificato la vita per la salvezza dei suoi piccoli amici, le aveva ricordato Cristo».
Infatti è così. Giustamente Tempi gli ha dedicato una copertina col titolo: «Nasce Cristo il Leone». È una metafora antica perché «il Leone di Giuda» è uno dei titoli di Gesù nell'Apocalisse (5,5): «Uno dei Vegliardi mi disse: non piangere più, (perché) ecco il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, ha vinto».
E ha vinto proprio sacrificando se stesso per i suoi amici e per tutti. È questo ricordo di Cristo che commuove nel film. Dopo l'inverno e l'inferno delle ideologie si avvicina il tempo che previde Bernanos: «Verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere». Dev'essere anche per scongiurare l'arrivo di questa primavera che la gelida artiglieria della cultura dominante ha sparato a zero sul film e su Lewis.
Per prima Natalia Aspesi. Su Repubblica ha evocato Pera, Previti e Ruini. Poi ha insinuato che questo film di «allarmante grazia visiva» è, «come molti deplorano, furbescamente adatto a tempi di superstizione cristiana e invadenza evangelica, per folle integraliste avide di ritorno a valori antichi e minacciosi». Infine si è diffusa in insulsi pettegolezzi da osteria sulla vita sessuale di Lewis bollato come «teocon». Se un moscerino si tuffasse in questo mare di sapienza si romperebbe l'osso del collo.
Ma ieri ci ha colpito soprattutto l'Unità che titolava un'intera pagina: «Narnia, un lancio in nome di dio». Sì, avete letto bene: «dio» con la minuscola, come si faceva in Unione Sovietica ai tempi di Stalin. E dire che nei giorni scorsi il direttore Padellaro aveva fatto di tutto per mostrare che la sua non era più l'Unità del 6 marzo 1953, quella che titolava: «Stalin è morto. Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità». Martedì - polemizzando con Berlusconi che aveva mostrato proprio quella prima pagina del 1953 - l'Unità era arrivata a titolare: «Quando anche De Gasperi era “complice” di Stalin».
Titolo a dir poco temerario visto che il povero statista trentino più di tutti si batté per vincere lo stalinismo in Italia. Ma l'Unità di Padellaro voleva far credere che nella dichiarazione di De Gasperi sulla morte di Stalin emergesse la stessa «complicità» che traspariva dal titolo dell'Unità. Naturalmente era vero il contrario, De Gasperi disse che quella scomparsa lasciava «un vuoto» (come dargli torto? Anche le morti di Hitler, di Gengis Khan e di Attila lasciarono un gran vuoto e che vuoto... grazie al Cielo). De Gasperi però aveva notato soprattutto che questa morte «deve ammonirci tutti intorno ai limiti della persona umana».
Parole che suonavano assai severe verso un Pci togliattiano che aveva partecipato come nessun altro Pc occidentale al «culto della personalità», evidente anche dal titolo dell'Unità («gloria eterna...»), in sostanza alla divinizzazione del grande Macellaio. Il quale per l'appunto pretendeva che si scrivesse «dio» con la minuscola. A quel tempo significava manifestare disprezzo verso Dio e il cristianesimo. Considerato il massacro che i comunisti hanno fatto di milioni di cristiani dal 1917 era l'insulto del carnefice alla vittima.
Ma oggi, nel 2005, che significa tornare a quella «d» minuscola? «Si può rimpiangere un regime che scriveva dio con la minuscola e Kgb maiuscolo?», si domandò Solzenicyn. Non credo proprio che l'Unità di Padellaro lo rimpianga. Quel titolo sarà solo un tic laicista, un goffo infortunio. Ma qualcosa significa. Per esempio significa che - morto Marx - si continua a non darsi pace perché Dio non è morto. E si smania ansiosamente - sull'Unità, ma non solo - perché «negli Usa, ormai, se vogliono avere successo i film devono avere almeno un sottotesto religiosamente corretto».
In effetti la metafora delle «Cronache di Narnia» è chiaramente cristologica, il Leone che risorge e vince sulla Strega che ha raggelato il mondo è Gesù e il ragazzo a cui egli affida la sovranità - guarda caso - si chiama Peter, Pietro. Ma sarebbe interessante pure chiedersi dove sia quel mondo assiderato dal gelo di cui parla la favola di Lewis. Lui scriveva negli anni della Seconda guerra mondiale ed è abbastanza evidente che la strega bianca che aveva chiuso il mondo nell'inverno senza Natale era il simbolo dei terribili totalitarismi mortiferi. Dove il Leone di Giuda veniva di nuovo martirizzato.
Ma non è anche il nostro tempo un freddo inverno «senza Natale»? La settimana scorsa, a ridosso del 25 dicembre, sulle prime pagine dei quotidiani italiani - a parte Repubblica che ha proposto la solita omelia laicista di Scalfari sul cristianesimo - non si è vista una sola parola sull'evento che stavamo per celebrare. Sulla prima pagina del Corriere - dove una volta scrivevano per Natale don Giussani, Giovanni Testori o Carlo Maria Martini - è apparso un editoriale di Pigi Battista sul Natale di Pannella. E sul Foglio addirittura un disegno con la capanna di Betlemme e la scritta «Amnistia». Titolo: «Marcia di Natale». In sostanza - a dar retta ai quotidiani - il 25 dicembre il mondo si è fermato per celebrare la nascita di Pannella. Sui giornali il Natale di Gesù, come a Narnia, non c'era.
Ma coloro che saranno andati con i figli a vedere «Le cronache di Narnia», infischiandosene della Aspesi e dell'Unità, si saranno forse commossi come quella illustratrice che disegnava il Leone morente. Ancora una volta torna «fra la gente gente» (come diceva Giussani) la grande nostalgia di Gesù, del gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e continua a sedurci come fa da duemila anni. E l'umanità sembra esprimere il suo stupore come la poesia di Calderon de la Barca suggerisce al cuore: «La tua voce ha potuto intenerirmi/ La tua presenza trattenermi/ e il tuo rispetto commuovermi./ Chi sei?/ Tu, solo tu, hai destato/ l'ammirazione dei miei occhi,/ la meraviglia del mio udito./ Ogni volta che ti guardo/ mi provochi nuovo stupore/ e quanto più ti guardo/ più desidero guardarti».
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