"Il nostro no ai rinforzi è un grave colpo all’unità della Nato"

Il generale Cabigiosu, veterano dei Balcani e dell'Iraq: "L’Alleanza si basa sul criterio di solidarietà verso i contingenti in difficoltà, e un domani potremmo essere noi ad avere bisogno"

Veterano dei Balcani e dell’Iraq, il generale Carlo Cabigiosu è un alpino di quelli tosti, che sull’Afghanistan non la vede tanto rosea. Il premier inglese Tony Blair vuole più truppe europee in Afghanistan.
Riuscirà ad ottenerle?
«È logico che i britannici auspichino un aumento delle truppe perché, assieme ai canadesi, sono bersaglio degli attacchi dei talebani e del loro tentativo di ritagliarsi delle roccheforti. Gli inglesi invieranno altri 1400 uomini, i polacchi ne hanno promessi 1000 e gli americani 3500. Gli altri Paesi, compresa l’Italia, non hanno raccolto l’invito. Inoltre hanno detto no anche alla limitazione dei caveat, cioè al vincolo di non operare come rinforzo al di fuori del proprio settore. Questo significa che la Nato, come alleanza, sta subendo un grave colpo. L’unitarietà dell’alleanza dovrebbe seguire un criterio di solidarietà verso i contingenti in difficoltà. Oggi tocca ai britannici, ma domani potrebbe capitare ai tedeschi, ai francesi o a noi italiani».
La situazione è così disastrosa come viene dipinta?
«Non lo ritengo ancora, ma i talebani hanno ripreso fiato. Come in tutti i conflitti di tipo asimmetrico non possono pensare di vincere sul piano militare, ma questi continui attacchi e punzecchiature, che provocano uno stillicidio di perdite, potrebbe fiaccare la volontà dei governi di mantenere i loro contingenti in Afghanistan».
Forse la Nato non è ancora riuscita a conquistare i cuori e le menti degli afghani, soprattutto nel sud pashtun?
«È stato raggiunto un certo risultato quando la Nato ha deciso di allargare la sua presenza su tutto il territorio (nel 2006 nda), ma bisognava che fosse già pronto un piano di rilancio dell’economia locale con aiuti sostanziosi e immediati per poter avviare i progetti di ricostruzione. Ci voleva anche anche una presenza civile, per esempio di organizzazioni umanitarie non governative, da affiancare ai militari: è mancata».
Come giudica il ruolo del contingente italiano che sembra solo portatore di aiuti, mentre l’aspetto relativo alla sicurezza viene volutamente lasciato in secondo piano?
«È positivo. Vuol dire che in Afghanistan i talebani non ci hanno mai messo nelle condizioni di dovere usare la forza, come è capitato con le battaglie dei ponti in Irak (contro gli estremisti sciiti a Nassirya, ndr). Fino ad ora non siamo ancora visti come nemici».
Lei è stato in Irak. I talebani sembrano copiare alcune tattiche come gli attacchi suicidi. Cosa ne pensa?
«Ci sono delle cattedre ambulanti di terroristi che sono stati in Cecenia, in Irak, forse in Palestina e ancora prima in Bosnia. Si tratta di un esercito migrante di mujaheddin o combattenti del radicalismo islamico, che si muove da un’area all’altra di crisi importando le tecniche acquisite».
Dopo il rapimento dell’inviato di Repubblica i talebani potrebbero puntare a una tattica dei rapimenti in stile iracheno?
«Non c’è da meravigliarsi se i terroristi avviano una campagna di rapimenti mirati, da un momento all’altro, come è successo in Irak».
Il mullah Dadullah, capo militare dei talebani, ha detto che Mastrogiacomo avrebbe confessato di essere una spia. Ovviamente è un’assurdità. Puntano ad alzare il prezzo o a minacciare di morte l’ostaggio per ricattare il governo italiano?
«È difficile poterlo dire, ma certamente dimostrano di avere imparato bene tanti sistemi che servono per tenere tesa la corda ed imporre attimi di tensione alla controparte».
Quanto sarà necessario rimanere in Afghanistan?
«In aree come i Balcani, relativamente tranquille, siamo presenti da un decennio. Nonostante la graduale riduzione non si parla di un ritiro completo. Abbiamo alcuni contingente dell’Onu in Medio Oriente da trent’anni, quindi bisogna essere preparati a restare in Afghanistan per molto tempo».