Una nuova scissione per il Nuovo Psi

Gianni Pennacchi

da Roma

Quante lacrime e sangue, quante scissioni si son consumate al canto dell’Internazionale? Avanti il gran partito, le note rimbombano surreali nel teatro della Fiera che si va lentamente svuotando, ma dalle 17.50 di ieri di «Nuovo Psi» ce ne sono due, con altrettanti segretari contrapposti, Gianni De Michelis e Bobo Craxi ovviamente, che rivendicano di aver con sé la maggioranza delle truppe. Sai che esercito, l’1,6% alle ultime regionali. Ma godono tanto nell’Unione quanto nella Cdl, pariteticamente, perché avranno metà ciascuno di quella povera tunica socialista. È un film già visto direte, De Michelis e il giovane Craxi s’erano già scissi nel dicembre 2001, il primo all’Ergife e l’altro al Midas con Claudio Martelli. Ma allora il partito era inesistente e ininfluente regnando l’uninominale, e Bobo rientrò presto. Ora invece, col proporzionale, mezzo milione di voti danno o tolgono la vittoria. Dunque per il simbolo, la targa e i pur magri libri contabili, si finirà in tribunale.
E per amor di patria non ironizzate sul masochismo socialista, sulla pulsione a finir davanti ai magistrati pur quando non ce li trascinano in manette. Se avete rispetto per quelle povere ossa che riposano nella sabbia di Hammamet, auguratevi piuttosto che i petali del garofano tornino sullo stesso gambo, perché è grottesco e paradossale che ieri si siano spaccati non sull’obiettivo ma sui tempi dell’«unità socialista». Ed è un film paradossale, 50 minuti allucinati, quello che affida alla storia la catarsi socialista.
La prima scena vede De Michelis, dopo tre giorni di trattative senza esito, dire ai giornalisti che «piuttosto di dar spazio a rotture, li prendo per sfinimento». È convinto di avere la maggioranza, «non vedo perché devo darla a loro». La trattativa con Enrico Boselli? «L’ho già chiarito, andremo a farla io e Bobo», rassicura. E allora? Ormai è chiaro ad ognuno. L’accordo non s’è trovato, De Michelis s’appresta a giocare la carta del congresso che non c’è: se non il 70% dei delegati come rivendica Lucio Barani, vuole che gli si riconosca almeno il 60%, dunque alla peggio non si voterà, ci si rivede nel parlamentino interno. De Michelis fa sua la linea indicata da Donato Robilotta: «Ora il problema è di uscire da qui tutti vivi, senza morti o prigionieri. Tra dieci giorni, decantate le cose, si troverà una soluzione».
Hai voglia però, con lo sfinimento. Avevano chiamato perfino Boselli chiedendogli di venir qui, a far da paciere e garante. Figurati, a quello non pareva vero di poter avere mezzo garofano per mezzo piatto di lenticchie. Infatti non s’è visto. Mentre Saverio Zavettieri, padron di tessere e ancor più di voti che sostiene Bobo, saliva alla tribuna intimando al segretario: «Deve dirci se sta con Boselli o con Caldoro». Voleva dire che anche l’ultima mediazione, De Michelis segretario e Zavettieri presidente, era affossata.
Il resto, s’è dipanato all’acceleratore. De Michelis è andato alla tribuna per sollecitare la Commissione di garanzia a «fare uno sforzo» almeno per chiarire la composizione della «platea congressuale», insomma quali son buoni dei 1.600 delegati che devono essere invece 1.100, e di chi sono. Passa mezz’ora e i commissari tornano. Parla Franco Simone, braccio destro del giovane Craxi, e dice che la «Commissione verifica poteri» ha riconosciuto 588 delegati (poco meno del 60%) alla mozione Craxi, 260 alla mozione De Michelis, 165 ad altri. Mentre vien giù il soffitto e la platea si spacca a metà tra fischi e applausi, va al microfono Antonino Di Trapani, ambasciatore di De Michelis, che accusa: «Sono dati falsi». E mentre la metà della platea che fischiava passa ad applaudire e l’altra a fischiare, Di Trapani tira fuori e legge il verbalino già pronto e firmato dalle 11 del mattino in cui la Commissione di garanzia, «con cinque voti» su dieci, stabilisce che «non esistono le condizioni di fatto e di diritto per aprire il V congresso alla Fiera di Roma, e quindi non è possibile insediare la presidenza del congresso e la Commissione verifica poteri».
In un mare di fischi e di applausi, grida di «vergogna» e «viva», De Michelis è salito alla tribuna per parlare alla tribù impazzita. Non si riusciva a sentir nulla, il segretario gridava, soffriva e s’offriva come «garante» per scongiurar la spaccatura, «se sarò capace mi seguirete altrimenti mi caccerete» urlava. Mentre Craxi, tirato anch’egli e pallido in viso, mormorava: «Ha cercato sino alla fine di fare il mercante di Venezia. Non ha voluto rompere con la destra, finirà come lo Scià di Persia». Tutti quelli di De Michelis se ne sono andati, mentre Bobo ne prendeva il posto al microfono annunciando: «Il congresso continua». Erano le 17.50 e alla presidenza abbandonata dagli altri s’è insediato Franco Piro, mentre la platea si dimezzava. Ha messo ai voti l’Odg che chiede il ritiro dei socialisti dal governo: «Approvato con 580 deleghe». Poi ancora un voto: «È stato un congresso regolare?» Sìììììì, han risposto in coro alzando le deleghe «con 25 contrari e un astenuto». Infine, chi vuole «l’onorevole Vittorio Craxi segretario?» Tutti a gridare «Bobo, Bobo», e Piro contava 3 contrari e 10 astenuti, perché «bisogna fare le cose perfettamente regolari». Il nuovo segretario (o l’antisegretario?) torna alla tribuna per il discorso d’insediamento. Finisce alle 18.20 mentre si levano le note dell’Internazionale, compagni avanti il gran partito...
Gianni Pennacchi