Nuovi schiavisti, in 5 anni mille persone a giudizio

Il Comitato italiano dell'Assicurazione di tutela<BR> legale fa il punto della situazione: durante i<BR> processi individuate 350 vittime del reato di<BR> riduzione in schiavitù, 50 delle quali bambini.<BR> Ma le persone che hanno subito soprusi<BR> pesanti sono state almeno 56mila

Quando parliamo di schiavitù, il pensiero corre istintivamente agli sbarchi dei clandestini, la tratta di esseri umani che rappresenta una delle più feroci forme di schiavitù oggi esistente. Ma la nuova schiavitù si presenta con forme diverse, anche nel nostro Paese: lavoro nero, accattonaggio, prostituzione, mendicità, furto, spaccio. E in alcuni casi persino il lavoro domestico può nascondere la tremenda realtà della schiavitù. Ecco il punto della situazione così come emerge da un articolo dell'avvocato Olivia Flaim pubblicato dall'agenzia di informazione del Comitato italiano della Assicurazione di tutela legale.
«Traffiking» e «smuggling» sono ormai diventati termini convenzionali nel gergo di coloro che si occupano di Pari Opportunità e servizi sociali, e significano rispettivamente traffico e trasporto illegale di persone. Il sito internet nuoveschiavitu.it ha calcolato che tra il 2003 e il 2007, durante i processi celebrati in Italia, sono state individuate 300 vittime della schiavitù tra gli adulti e 50 tra i bambini. Secondo la Direzione antimafia negli ultimi cinque anni circa mille persone sono state processate per riduzione in schiavitù, tra cui 217 romeni, 203 italiani, 176 albanesi e 144 nigeriani. In Francia e Spagna le vittime accertate negli ultimi anni sono oltre duemila. Il diritto internazionale si occupa da tempo della tratta di esseri umani e con le più recenti convenzioni di Ginevra si è cercato di uniformare la legislazione dei Paesi interessati al fenomeno. Contestualmente, negli ultimi due anni la Corte di Cassazione italiana ha emesso diverse sentenze che hanno dato applicazione alle norme che la nostra legislazione prevede sul reato di riduzione in schiavitù.
Ecco cosa dice la normativa in vigore nel nostro Paese. Nell'articolo 600 e seguenti il Codice Penale descrive la schiavitù e la tratta di persone. Per quanto riguarda la schiavitù si tratta principalmente dell'esercizio di poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, ovvero alla riduzione in uno stato di soggezione continuativa, oppure alla costrizione a prestazioni lavorative o sessuali o anche all'accattonaggio o a prestazioni che comportino lo sfruttamento della persona umana. Lo stato di soggezione può derivare da violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità, e anche dall'approfittamento in relazione a una situazione di particolare necessità fisica o psichica. La giurisprudenza ha considerato che l'approfittamento basato su una situazione di necessità riguardi qualsiasi situazione di debolezza e di mancanza materiale o morale, idonea a condizionare la volontà della persona, quale per esempio il bisogno esistenziale di immigrati dai Paesi poveri. La casistica dimostra che costoro sono spesso incapaci di affrontare le spese di viaggio e di trovare lavoro e che, infine, impegnino se stessi per pagare il prezzo dell'emigrazione. Anche la promessa o la dazione di somme di denaro o altri vantaggi possono essere modi per attuare una soggezione che sia tale da comportare nella persona la perdita della capacità di autodeterminarsi. La tratta di persone invece si configura ogni qualvolta una persona in stato di soggezione venga indotta a fare ingresso, soggiornare o a uscire dal territorio dello Stato o a trasferirsi al suo interno.
Il reato di riduzione in schiavitù, per il quale è prevista una pena che va dagli otto ai venti anni di reclusione, fa anche scattare la responsabilità amministrativa dipendente da reato, istituto che tende a responsabilizzare economicamente le imprese per le attività penalmente illecite svolte nel loro interesse e realizza una sorta di responsabilità penale delle persone giuridiche. Inoltre, il nostro ordinamento prevede anche una serie di tutele dirette alle persone vittime di sopruso, come i programmi di integrazione sociale e il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.
Secondo quanto riporta anche il sito osservatoriotratta.it, il Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità ha «censito» le persone che in Italia hanno aderito e partecipato ai progetti di protezione sociale. Ed ecco i numeri: si tratta di 11.541 persone, di cui 748 minori, nell'arco temporale che va dal marzo del 2000 all'aprile del 2006. Le vittime che sono state semplicemente contattate ma che non hanno partecipato ad alcun programma, tuttavia, sono ben 45.331. Un dato, quest'ultimo, che segnala un fenomeno esteso ma ancora poco conosciuto e soprattutto poco represso.