Oggi fascista è un’offesa senza senso

Fino a tutti gli anni Settanta era l’offesa che andava più di moda. Tutto ciò che veniva considerato il peggio dell’universo era «fascista», dall’imperialismo americano ai poliziotti incaricati di controllare le manifestazioni di piazza. Non solo: anche (...)
(...) faccenduole come prevaricazioni amorose o comportamenti automobilistici finivano per provocare la temuta definizione, inappellabile e fatale.
Ma che senso ha, oggi, voler insultare qualcuno dandogli del fascista? Fino a trent’anni fa il potenziale malefico dell’insulto era, è, chiaro. Il ricordo della guerra perduta e della guerra civile conseguente era ancora fresco. In mancanza di un’analisi storiografica più equilibrata (la si è poi chiamata revisionista), nella repubblica nata dalla Resistenza la parola fascismo era soltanto un sinonimo di morte, oppressione e violenza. Tanto che quando pubblicai il mio primo libro, nel 1976, lo dovetti intitolare prudentemente Giuseppe Bottai, un fascista critico, dove l’aggettivo stava ad attenuare la gravità del sostantivo. Era uno dei primi saggi revisionisti. Oggi quello stesso libro si chiama soltanto - lo ha notato giorni fa su queste pagine Alessandro Gnocchi - Giuseppe Bottai. Il revisionismo ha nel frattempo dimostrato che non tutto il male era da una parte sola; che qualcosa di buono venne realizzato anche durante la sciagurata dittatura; che, se i risultati furono spesso pessimi, le intenzioni non erano malvagie a priori. Intanto la storia dell’umanità ha esibito altri e più freschi errori - un nome per tutti, Pol Pot - e il tempo trascorso ha fatto il resto per riporre nell’armadio l’uso di «fascista!» come insulto.
Eppure, rispunta ogni tanto dai cassetti - soprattutto da quelli della rissa politica - e ovviamente va sempre da sinistra verso destra. Per esempio se, pochi giorni fa, il ministro Carfagna non fosse stata dello stesso partito avrebbe probabilmente definito «fascista» Alessandra Mussolini, invece di usare quel micidiale «vajassa» che aveva, oltretutto, il pregio di non alludere al cognome. Altrove i «fascista!» si sprecano ancora, come se decenni di storiografia e di storia, di usi e di costumi, fossero passati invano. Senza che ci si renda conto di come sia fuori luogo quell’appellativo che richiama subito alla mente dei bruti nerboruti armati di manganello e olio di ricino, camicia nera e fez.
Oppure, forse, il politico insultante vuole semplicemente sintetizzare in una parola la mancanza di democrazia e la predisposizione dell’avversario a sopraffare? Se è così, peggio mi sento. Non c’è niente, nella destra degli ultimi quindici anni, che possa richiamarsi al fascismo, e la battuta migliore in proposito l’ha pronunciata, dopo le ultime elezioni, Maurizio Gasparri. Il quale, circondato da dei grillini che gli vociavano intorno dandogli del fascista, ha risposto: «Le elezioni sono state vinte democraticamente, voi contestate la democrazia. Fascisti!».
Il fatto è che manca la fantasia, e in politica «fascista» è ormai soltanto l’equivalente dell’apolitico «stronzo».
Vale la pena di ricordare uno dei più difficili casi che si trovò a discutere il fascista Tribunale per la difesa dello Stato: un cittadino aveva esclamato in un bar «Dio Mussolini!», e venne subito accusato di antifascismo. Il processo fu lungo e difficile. La difesa sosteneva che l’accusato aveva voluto paragonare il Duce a Dio, traguardo cui non arrivava neanche la più sfegatata propaganda di regime. Bella la scusa. Il tribunale non ci cascò, e sia pure dopo lunghe meditazioni arrivò a concludere che l’augusto nome del fondatore del fascismo e dell’impero era stato utilizzato come quello di un qualsiasi spregevole animale cui di solito i bestemmiatori associano Dio. E il duplice bestemmiatore ebbe cinque anni di confino. La sua creatività, nel riuscire a offendere due fedi in un colpo solo, non era stata apprezzata. Ma l’ingiuria, a parer mio, è bella solo quando è creativa, né piatta né banale. Mai mi adatterei a dare a qualcuno del «fascista» o dello «stronzo», ormai depenalizzato anche dal codice civile. Meglio impegnarsi, studiare, esercitarsi, per arrivare a libere, veloci e spontanee associazioni di parole che allineando termini denigratori quanto rutilanti producano l’effetto distruttivo cui non è possibile reagire, anche perché troppo lungo è il tempo richiesto per analizzare l’offesa ricevuta. Uno dei miei esempi migliori? Fu quando azzittii un fastidioso e inetto impiegato di banca definendolo, di slancio e senza riflettere, «ridicolo avanzo dell’immenso peto di una nana bianca pietrificata». Persa la possibilità di reagire con uno schiaffo immediato, secondo me sta ancora pensando a come rispondere.

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