Onore a Roberto Benigni avversario ma senza odio

La performance dell'attore è a prova di critica: ha "stretto a corte" tutti, in maniera bipartisan. Perché, per una volta, non riconoscerlo?
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Roberto Benigni non è mai stato trattato particolarmente bene dalla destra, così come dal nostro Giornale. Gli è stato rimproverato, anche su queste pagine, di sbertucciare solo una certa parte politica, di essere pagato eccessivamente per le sue comparsate, di essere un regista sopravvalutato. È stato attaccato perché troppo di sinistra, troppo snob, troppo furbo.
Oggi, però, a Benigni va reso onore e rispetto. Al netto di qualsiasi legittimo dissenso dalla «linea politica» dell’attore toscano, la sua interpretazione al Festival di Sanremo è a prova di critica: leggera e calibrata nella parte comica, emozionante e formativa nella parte drammatica. L’affondo satirico era acuminato ma elegante, la lezione di storia originale e coinvolgente.

Seppure non sempre sia facile accorgersene, e ancor più difficile riconoscerlo, ci sono volte in cui il tuo avversario può essere dalla parte giusta. Mercoledì sera, su quel palco, Benigni lo era. Ha saputo portare una serata che rischiava di cadere nella retorica e nel kitsch a un livello più alto. Che non è il livello della Poesia, della Bellezza, della Verità, come il mattino dopo in molti hanno voluto spiegarci. Ma semplicemente della Leggerezza. Leggero nell’ironia, leggero nella serietà, leggero anche nelle emozioni. Benigni ha dimostrato che si può fare un grande spettacolo senza scendere troppo in basso o salire troppo in alto. Che si può far ridere anche senza cedere al volgare, o dare scandalo, o assumere i toni del profeta o atteggiarsi a predicatore. Benigni ha dato una lezione a un’immensa platea di italiani, ma ha anche rifilato una lezione di stile a Beppe Grillo, sempre troppo volgare, a Sabina Guzzanti, sempre troppo astiosa, a Roberto Saviano, sempre troppo atteggiato.

Benigni voleva semplicemente avvicinare gli italiani alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. E l’ha fatto benissimo. Attorno a sé e alla sua personalissima interpretazione dell’inno di Mameli, sussurrato in «fa» maggiore, una quarta sotto, ha stretto a coorte tutti coloro che lo stavano ascoltando. Lo hanno applaudito l’intero teatro Ariston che gli ha tributato la standing ovation, più di 18 milioni di telespettatori che lo hanno seguito per 40 minuti, i vertici Rai per una volta al completo, Gianni Morandi che vorrebbe portarlo in tutte le scuole d’Italia, l’Osservatore Romano e il Vaticano che dopo Porta Pia non avevano mai parlato così bene di un «patriota», persino l’ultimo discendente di Goffredo Mameli, Nino, che ha 76 anni ed è un maestro di musica in pensione, e poi ministri di destra come La Russa e Giorgia Meloni e leader di sinistra come Bersani e Vendola, persino famosi giocatori di calcio che, come Buffon, lo hanno ringraziato per aver spiegato che a essere schiava di Roma non è l’Italia, ma la Vittoria (anche se sintatticamente il soggetto è «Dio», non «Vittoria» che è un complemento oggetto, mentre «schiava» è un complemento predicativo dell’oggetto), e infine direttori d’orchestra, attori, parlamentari dell’intero arco costituzionale, giusto con qualche scranno vuoto nella parte dell’emiciclo riservato alla Lega. Per tutti la prova del comico-professore è stata impeccabile e culturalmente edificante.
Sul campo scivoloso della satira Benigni ha insegnato che si può essere anti berlusconiani senza bava alla bocca. I berlusconiani possono per una volta dimostrare di non essere anti benigniani con il veleno preventivo nella penna. Mentre sul terreno impervio della filologia ha provato che si può tenere una lezione intellettualmente impegnativa senza essere per forza noiosi.

Certo, non mancherà chi farà notare che il Risorgimento “secondo Benigni” è «semplicistico», che gli eroi non erano tutti senza macchia e senza paura, che anche attorno a Re, patrioti e ministri si aggirava qualche «escort», che oltre a giovani «pronti alla morte» ci sono stati anche migliaia di briganti sterminati dall’esercito sabaudo, che la fedina penale e morale di tanti Padri della Patria non è pulitissima e che verso la Chiesa non si è usata troppa cortesia. Ma se si parla a qualche milione di spettatori, alle dieci di sera, a Sanremo, e si ha solo mezz’oretta di tempo, non si può andare troppo per il sottile.
Roberto Benigni continuerà, per molti, a essere un avversario sul fronte della politica. E in molti continueranno a non vedere i suoi film. Ma perché non riconoscergli la bravura nell’aver interpretato con leggerezza e semplicità un giovane patriota di 150 anni fa? L’ideologia, e persino un’idea che non ci piace, si possono condannare. La passione no. Non ce n’è bisogno.
Onore al compagno Benigni.