Opera modesta? Mettiamoci un preservativo

Povero Cristo! E povera suor Rosa. Non c’è pace né per lui, né per lei. Nella insensata ricerca di provocazioni, il Cristo viene sempre messo in mezzo. Già Serrano, agli inizi degli anni Ottanta, aveva scandalizzato il mondo immergendolo nella pipì. Un’altra volta lo si era visto crocifisso di spalle. Non molti mesi fa per festeggiare il Papa, in arrivo a Bolzano, si era crocifissa una rana. Ora, dopo il Cristo velato della cappella San Severo, lo si incapsula in un preservativo. L’ultimo originale, Sebastiano Deva, deve aver letto qualche mia intervista, nella quale indico che l’opera esiste nel momento in cui se ne parla, e soprattutto quando è investita dalla censura. Mentre ai censori suggerisco che la miglior censura è il silenzio. Anche questa volta suor Rosa non mi ha ascoltato e, inorridita dalla presenza in un museo comunale di Napoli, il Pan (nome inequivocabile), non si è trattenuta e, mentre il suo assessore intelligente, Nicola Oddati tentava invano di spiegare che «l’arte non si giudica moralmente» e pur cercando di scaricare su una fantomatica commissione tecnica la responsabilità della scelta, ordinava, senza perdere un minuto, la rimozione dell’opera.
Nel gioco delle parti, il furbo Deva cercava una via d’uscita, fregandosi le mani per il risultato incassato con la collaborazione dell’impaziente Iervolino, e dichiarava: «Il viso è come avvolto in un sudario». Vorrei il giudizio del cardinale Sepe sull’opera. Diciamo intanto che questa ricerca di scandalo a tutti i costi è perseguibile soltanto quando l’opera d’arte ha perso la sua specificità materiale per essere la semplice esecuzione di una idea, o trovata. E mi chiedo: di fronte al Cristo avvolto dal preservativo, la nostra indignazione sarebbe la stessa se fosse dipinto con l’abile perizia da un pittore di mano straordinaria e di spirito polemico? Basterebbe il soggetto a motivare la reazione di suor Rosa o è la brutale realtà che determina la reazione?
La fortuna dell’artista è di avere concepito la sua modesta opera nel fuoco delle polemiche sulle dichiarazioni del Papa che, esplicitamente, ha fatto la sua didascalia parlando non di scelte morali, ma di preservativi.
Ora, l’uso del preservativo può certamente portare qualche benefico effetto nella prevenzione delle malattie, oggi soprattutto, come un tempo, nella sua funzione originale, nel controllo delle nascite. Ma resta che si tratta di una decisione così privata da non prevedere di essere materia di discussione. Nessuno in nessun momento della vita, se non nell’imminenza dell’atto a due, inserisce nella conversazione l’argomento: «Tu usi il preservativo? Io lo uso». Oppure: l’uso del preservativo è una scelta morale, una convenienza e altri analoghi argomenti. Non mi sembra di essermi mai trovato ad affrontare discussioni generali su questa materia.
La ragione è semplice: l’uso del preservativo investe la sfera dell’intimità. E quindi è un argomento che va evitato. Il che non toglie che per prevenzione, soprattutto in aree ad alto rischio, in Africa e in zone di povertà, per ragioni sanitarie (ove ne sia compreso l’uso, intelligente argomento sottolineato dal dottor Umberto Tirelli, medico del cancro e dell’Aids), al di là di valutazioni morali si possa distribuire come una medicina. Allora la questione non è più sull’opportunità della scelta, anche rispetto a principi religiosi - pensiamo al rifiuto di trasfusioni da parte dei testimoni di Geova -, ma una misura di sicurezza, una necessità di emergenza come nel caso di una pestilenza.
Ora il Papa ha ragione e insieme ha torto perché, già lo aveva fatto Wojtyla, un Papa non si confronta con un pezzo di gomma, il Papa deve parlare di questioni etiche. Può richiamarsi alla fedeltà coniugale, all’amore, alla castità. Non è affar suo che, prescindendo da questi principi, anche un cattolico usi il preservativo per protezione o per evitare gravidanze. Sarà un peccato, ma è una decisione intima.
Per quello che mi riguarda l’uso del preservativo presuppone una diffidenza e una mancanza di approfondimento che, attraverso la conoscenza, consente di decidere se avere rapporti sessuali o meno con una persona. Se non sono in grado di capire chi ho davanti, non si capisce perché la devo penetrare. E, da parte mia e da parte sua, la separazione dei corpi con un elemento estraneo di lattice nega l’unione che si ricerca. Stabilisce anzi una divisione. Meglio rinunciare, dunque, se non ci si fida. Nella scelta del rapporto con una persona si dovrebbe avere un quadro generale della sua condizione fisica e, plausibilmente, anche della sua sanità.
Dunque il Papa può parlare di fedeltà, di rapporti regolati dalle indicazioni morali della Chiesa e l’individuo, indipendentemente da quei principi può decidere, nel segreto della sua stanza, di usare o meno il preservativo. Si tratta letteralmente di quelli che si chiamano c... suoi. E non per caso. Il Papa parla alle coscienze, non ai corpi. Il preservativo è una sorta di protesi protettiva. Sappiamo che nel mondo vi sono molti omosessuali e che nei rapporti fra loro possono ritenere opportuno usare preservativi. Cosa c’entra il Papa? La sfera privata o intima, è diversa da quella della coscienza. La prima riguarda il corpo, la seconda l’anima. Io trovo sentimentalmente e moralmente umiliante usare il preservativo; ma se dovessi decidere, cosciente di peccare, di andare con una prostituta, potrei forse usarlo. Toccando un tema pratico e con quella parola così specifica il Papa ha aperto la strada alla provocazione del modesto artista napoletano. Riconosco le sue ragioni. Ma vedo anche i suoi torti. E il modesto artista mi fa pena. Povero cristo!