Ora Welby minaccia di farsi staccare la spina

Oggi in libreria il suo libro: «Lasciatemi morire»

Vittorio Macioce

da Milano

«A questo punto rimane solo la disobbedienza civile». La firma è P. Welby. Questo volta i destinatari della lettera si chiamano Franco Marini e Fausto Bertinotti, il presidente del Senato e quello della Camera. Sono passati quasi due mesi da quando Piergiorgio Welby inviò un video-messaggio al Quirinale. La sua storia si può raccontare in poche battute: Welby è malato di distrofia muscolare, vive grazie a uno squarcio nella trachea e a una macchina che pompa aria nei polmoni, il suo ultimo desiderio è morire. Welby è il presidente dell’associazione Luca Coscioni, morto un anno fa per aver rifiutato di vivere come un automa. Welby continua la battaglia del suo collega radicale. La questione intorno a cui gira tutta questa storia si chiama eutanasia. Welby, e tutti quelli che la pensano come lui, chiede una legge sul testamento biologico, sulla libertà di spegnere la macchina. L’obiettivo dei suoi appelli è portare la sua storia e le sue idee al primo posto dell’agenda politica. Aspetta risposte e intanto scrive: “Caro Presidente, nonostante la mia pubblica richiesta di essere sedato per staccare il respiratore, nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Quindi, l'unica via percorribile resta quella della disobbedienza civile che - insieme a Marco Pannella e ai compagni radicali - non potremmo e non potremo far altro che mettere in pratica un giorno da decidere. P.Welby». Se non arriva la legge Welby e i radicali faranno da soli.
La disobbedienza civile è una vecchia tattica del partito di Pannella. Questa volta significa staccare la spina. La conseguenza, si suppone, nel codice di diritto penale si chiama omicidio. Il gioco, insomma, si fa duro. Ma per ora il livello è ancora quello delle parole, o se si vuole della provocazione forte. L’unica risposta, per ora, arriva Chiara Moroni, vice presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera. È giovane. Ha meno di 30 anni e dice: «A Piergiorgio Welby chiedo di non procedere con gesti estremi. Ha avuto la capacità di aprire nel nostro Paese una discussione importante ed è su quella strada che bisogna rimanere. La politica si è interrogata in questi ultimi mesi e sicuramente il Parlamento affronterà prossimamente la discussione».
Oggi, in libreria, arriva il libro di Welby dal titolo: Lasciatemi morire (Rizzoli). Centoquarantasette pagine e quattro capitoli per chiedere il permesso di «staccare il respiratore». C’è quello che Welby, con il nome di Calibano, il mostro rozzo e brutale della Tempesta di Shakespeare, scrive da anni sul suo blog: «Ai giorni nostri siamo assediati dalla paura di sopravvivere oltre il limite consentito dalla dignità personale, dal nostro desiderio, dalla capacità di sopportare sofferenze fisiche e mentali. La medicina ha creato il problema, è doveroso che ora sia la medicina a preoccuparsi di trovare soluzioni». Welby ha 51 anni e da quaranta convive con la sua malattia. Ormai riesce a comunicare solo con il computer. La scrittura è diventata l’arma per farsi ascoltare. I suoi avversari lo accusano di strumentalizzare la sua condizione per fini politici. I suoi alleati e compagni rispondono: «È un testimone, come lo è stato Luca Coscioni, di cosa vuol dire sopravvivere a se stessi». Il rischio, in tutta questa storia, è che il dibattito si trasformi in un reality show della dolce morte. Ma in fondo è proprio questa la parola che lo stesso Welby vuole confinare in un angolo della politica. «Eutanasia - scrive - letteralmente è buona morte, ma è solo una parola falsamente tranquillizante. Potremmo dire biodignità, ecomorire, finecosciente. L’obiettivo è comunque quello di trovare una parola che esprima il diritto del malato a non essere ridotto a semplice palestra per esercitazioni e virtuosismi scientifici».
C’è un limite, da qualche parte, in questa storia. Qual è il confine tra la morte e l’accanimento terapeutico? E basta una legge dello Stato per stabilirlo? Welby scrive: «Si tiene in vita chi un tempo sarebbe morto». Il problema è questo, il mondo sta cambiando, ma la domanda finale resta sempre la stessa: essere o non essere?