Orti, prati e canali: l’altra Milano corre sulla 44

Quando frequentavo l’università abitai, tra il 1978 e il 1980, in via Ponte Nuovo, che continua, dopo il ponte sulla Martesana, via Arici, traversa della fin troppo famigerata via Padova.
A quel tempo tutto avrei fatto tranne che affacciarmi sul vecchio lurido canale. Qualunque cosa, allora, parlava di periferia e di degrado: dai negozi ai bar (che però, a differenza di oggi, restavano aperti fino a sera tardi).
Oggi via Ponte Nuovo e dintorni non sembrano più un territorio di confine. Molto è stato rinnovato, lungo la Martesana è stata ripristinata una via ciclabile, c’è perfino un parco, e nel canale nuotano le paperelle. Diversi edifici sono stati ristrutturati. Oggi questa ampia zona - che potremmo delimitare tra le vie Giacosa, Padova, Monza e Ponte Nuovo - appare al centro di un profondo rinnovamento.
Al tempo dell’università la attraversavo con la linea 44. Potevo prenderla in una direzione come nell'altra, perché l’una e l’altra portavano, e portano tuttora, a formate della metropolitana: Cimiano, Crescenzago, Gobba da una parte, Gorla e Turro dall’altra. La fetta di Milano che mi si offriva allo sguardo era composta quasi esclusivamente da ampi spazi incerti tra l'insediamento industriale (fabbrichette) e piccole colonie residenziali anni Sessanta, prati incolti e - soprattutto in prossimità di viale Monza - vecchi borghi di cui restano oggi la forma viaria, l'architettura ridotta e, naturalmente, la chiesa.
Il viaggio oggi racconta altre storie.
Prendo la 44 a Cascina Gobba. L’autobus percorre per lungo tratto via Palmanova, dove l’edilizia residenziale ha assunto qua e là un aspetto innovativo (si fa per dire). Gli anni Ottanta, come si sa, coniarono l’espressione «postmoderno» senza poter ancora determinare il senso compiuto di questa parola, che si sarebbe rivelato solo più tardi. Ma già la parola seppe ispirare architetti e geometri, che partorirono edifici monumentali nei quali si mescolavano gli stili più diversi. Ormai la Storia era finita, e il passato era tutto uguale. Ma la fine della Storia - qui sta il vero mistero - lasciò i suoi segno soprattutto su via Palmanova.
Poi il bus piega verso zone più acide, oltrepassando via Padova e immettendosi in via Ponte Nuovo. Qui gusto la possibilità, che prima non i era data, di camminare lungo il canale, che in questo punto è piuttosto largo. Gli edifici che vi si affacciano si sono rinnovati, anche perché ora, a differenza di un tempo, dalle sponde della Martesana partono molti sguardi, e se allora era possibile volgere le spalle all’acqua, ora è meglio guardarla bene. Ci sono alberi, parchi, gente che corre con l’immancabile mezzo litro d’acqua in mano, e anche la vegetazione spontanea fa festa con un bel rigoglio di biancospini e gelsomini.
Evidentemente, la città cerca nuovamente l’acqua, la rete acquatica milanese un tempo snobbata torna ad essere un argomento per scrittori e amministratori, i canali sono una circostanza territorializzante indispensabile: senza di essi il territorio milanese perde la sua definizione, la sua quiddità, la sua unicità.
Viale Monza, la grande arteria aperta per mettere in comunicazione il capoluogo meneghino con la Villa Reale, è oggi un ricettacolo di sorprese. Io la percorro più volte, prima in autobus e poi a piedi, fra Turro e Gorla. Qui la vecchia Milano si stringe soprattutto sui fianchi del lunghissimo viale. Il vecchio abitato di Gorla riserva sorprese. Come per esempio via Fratelli Pozzi, una traversa dall’incipit folgorante, elegante e signorile, che potrebbe ben figurare nel centro cittadino, per esempio in zona Brera. O come il bellissimo tratto di Martesana - anche qui valorizzato soprattutto negli ultimi anni - che viale Monza scavalca fra Tutto e Gorla.
Qui, è sufficiente abbandonare il viale anche soltanto di pochi metri per immergersi in una Milano che, come spesso accade, «non sembra neanche Milano». Ma questo è, forse, uno dei caratteri che per primi saltano agli occhi di chiunque voglia conoscere veramente la nostra città. Solo uno sguardo annoiato e mal disposto verso la conoscenza del nuovo può considerare Milano una città nota. Invece niente è più dissimile da Milano della stessa Milano.
L’atmosfera di paese, dove le case piccole si alternano a orti e prati, e dove i canali disegnano, a dispetto dell’ordine imposto, topografie sghembe, si respira un po’ dovunque lungo la grande arteria. La linea metropolitana che corre sotto il suo asfalto ha tolto a viale Monza gran parte della sua importanza come via di comunicazione, ma in compenso ha accentuato i diversi caratteri locali, le differenze tra quartieri, invitando alla rivalutazione del vecchio e dell’antico.
L’ultima parte del percorso è quella per me più sorprendente. Da anni non mettevo piede in zona Turro, in quel quartiere che si sviluppa intorno a via Valtorta. Una speciale volontà di valorizzazione, frutto non so se di libere aggregazioni di residenti oppure della politica del Consiglio di Zona, ha prodotto un cambiamento speciale. Da un lato, la ristrutturazione degli edifici più interessanti e delle vie più belle, come per esempio piazzale (che non è un piazzale) del Governo Provvisorio, tutto pavimentato, o la parte finale di via Prinetti.
Ma la gran parte del quartiere brilla di novità. Edifici residenziali, zone uffici, ditte di traslochi e altro si mescolano con le loro architetture sempre ultramoderne e gradevoli. Belle persone camminano per queste vie, indossando uniformi da lavoro. Gli uomini sembrano spesso replicanti dei Blues Brothers ed escono dai ristoranti parlando di lavoro con i colleghi oppure all’iPhone. Anche le donne parlano di lavoro, ma non somigliano molto a Bridget Jones. Le donne fanno più fatica a camuffarsi: è il loro handicap, ma anche la loro forza.
L’idea che il quartiere - situato tra le vie Monza e Padova a nord di via Giacosa - comunica al visitatore è quella di un tentativo di rendere una porzione della città il più possibile autonoma: dove fosse possibile cioè concentrare lavoro e abitazione senza dover dipendere da altre zone cittadine. Che il prodotto del lavoro e la sua destinazione siano vicini, facilmente comunicabili così da ridurre al minimo i tempi - per esempio di consegna merce - è il sogno di tutta Milano: ravvicinare, concentrare, ridurre i tempi morti, velocizzare.
La gradevolezza, però, non produce ancora armonia, carattere. Il nuovo non è ancora indice di personalità. È evidente che una parte dei residenti di questa vecchia zona popolare ha fortemente desiderato - una volta migliorata la propria posizione economica e sociale - rimanere qui, ristrutturando dove possibile o ricostruendo. Io ne resto ammirato, però manca qualcosa - un po’ di splendore, si può dire? -, e il ricordo che trattengo, una volta tornato a casa, si sovrappone stranamente a certe fotografie dell’ultima parte dell’epopea sovietica, quando l’immagine di quel mondo si rinnovò, almeno in parte, agli occhi del mondo, prima di terminare il suo cammino.