Ortopedia Il centro Oasi, ecco come i medici combattono l’artrosi

La chiamano «orto biologia» e per i non addetti ai lavori non è facile comprenderne il significato. Si pratica a Milano, in un centro chiamato Oasi, una fondazione senza fini di lucro con un obiettivo semplice ma ambizioso: riunire medici e ricercatori provenienti da tutto il mondo per combattere l'artrosi. È un ortopedico che l'ha fondata, si chiama Alberto Gobbi, si è laureato all'università di Milano, ma poi ha trascorso lunghi periodi all'estero, per specializzarsi. Ritornato in Italia, nel 1999, ha fondato questo centro internazionale per lo studio della cartilagine, in memoria del padre Augusto, medico e ricercatore nell'ateneo milanese.
Parola d'ordine: formazione, per tutti, anzi soprattutto per chi non ne ha possibilità. Da dieci anni infatti, Oasi collabora con il San Raffaele per creare delle fellowship per studenti di paesi in via di sviluppo. Così capita di incontrare giovani medici provenienti da tutto il mondo ai pazienti che passano da via Amadeo, sede e vero centro operativo di Oasi. Ci sono persone di ogni età, ma la maggior parte sono giovani sportivi. Prima ancora che sia il dottor Gobbi a raccontarlo, lo rivelano i muri dello studio, pieni di foto con dedica di campioni delle più diverse discipline sportive. «Quasi sempre rimango in contatto con loro - racconta l'ortopedico - anche dopo anni, mi scrivono per ringraziarmi e raccontarmi dei loro successi, quelli che altri colleghi gli avevano detto che sarebbero stati impossibili dopo l'incidente, piuttosto che dopo la frattura».
Si pratica l'artroscopia mini-invasiva qui, ma anche la bioingegneria tissutale con cellule staminali per ricostituire la cartilagine. Grazie agli stretti legami con le più importanti società ortopediche americane, in questo Oasi è tra i pionieri in Italia. La sua sfida: combattere l'invecchiamento articolare non limitandosi più a sostituire con costosissime componenti protesiche l'articolazione danneggiata, ma prevenendo il danno curando le cartilagini e favorendo la guarigione dei tessuti naturali. Di fatto, le possibilità della bioingegneria sono due: utilizzare tessuti bio ingegnerizzati, oppure praticare una semplice iniezione di cellule staminali coltivate in laboratorio, una tecnica che secondo il dottor Gobbi, «grazie alla ricerca, nel giro di qualche decennio potrebbe risolvere patologie che attualmente vengono trattate con complessi interventi chirurgici». È possibile sostenere i progetti di Oasi donandole il cinque per mille, o dando il proprio contributo alla Fondazione che la sostiene.