Le Ossezie nel resto del mondo: cresce la minaccia dei conflitti etnici

Dalla Birmania al Jammu Kashmir, ai confini con il Pakistan, fino alla Papua Nuova Guinea: profughi e migliaia di morti

Negli anni ’80 le chiamavano «guerre dimenticate» e rappresentavano la delocalizzazione del grande scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Oggi le guerre d’indipendenza, i conflitti di Ossezia del sud, Abkhazia, Moldavia rischiano di diventar i tasselli del nuovo grande scontro globale tra Mosca, Washington e in misura minore Pechino.
La più dimenticata delle guerre infinite è combattuta in Birmania orientale dal popolo Karen. Tutto iniziò nel 1948, quando la popolazione d’origini tibetane rivendicò l’indipendenza promessa dall’impero inglese. Rangoon non sentì ragione. Da allora, i Karen non hanno mai smesso di lottare per il controllo dei territori al confine tra Birmania e Thailandia. Appoggiare la loro lotta indipendentista equivale a contrastare l’egemonia di Pechino che arma la giunta militare di Rangoon in cambio del legno di teak, delle pietre preziose e delle risorse energetiche. Le offensive dell’esercito birmano hanno spinto 200mila profughi nelle zone di confine controllate dai Karen o nei campi profughi oltre la frontiera thailandese.
Un altro conflitto innescato dalla fine dell’impero britannico è quello del Jammu Kashmi, regione a maggioranza musulmana che costeggia i confini pachistani dalle pianure del Punjab sino alle vette del Karakorum e ai ghiacciai del Siachen. Il controllo del Kashmir avrebbe dovuto essere deciso da un referendum dell’Onu, ma il niet indiano non ne ha mai permesso lo svolgimento. Neppure le tre guerre combattute da India e Pakistan hanno portato una soluzione. Dal 1990, l’appoggio dei servizi segreti pachistani agli indipendentisti musulmani trasforma molte di queste formazioni in gruppi terroristici legati ad Al Qaida. Appoggiando i talebani e compromettendo i legami tra Afghanistan e India, il Pakistan punta all’egemonia regionale nella speranza di annettersi il Jammu Kashmir.
La questione curda rappresenta un potente fattore destabilizzante sul cruciale scacchiere turco, iracheno, siriano e iraniano. Innescata nel 1920 da quel Trattato di Sèvres che smembrò i territori ottomani dopo la Prima guerra mondiale, la questione ha insanguinato le regioni turche dalla fine degli anni ’70 al 1999. Sfruttando gli appoggi del blocco comunista e della Siria, Abdullah Öcalan trasformò il Pkk in un vero esercito indipendentista. Nonostante gli accordi con la Turchia, nel 1999, il Pkk è risorto a nuova vita sfruttando l’autonomia territoriale del Kurdistan iracheno dopo la caduta di Saddam Hussein. Il conflitto in corso dal febbraio 2003 nel Darfur al confine tra Sudan e Ciad è un altro scontro etnico tribale con forti valenze regionali e internazionali. Finanziando e armando le milizie arabe dei Janjaweed, il governo di Khartoum alimenta lo scontro etnico con le tribù africane che ha fatto centomila vittime. C’è anche una dimensione strategico-economica, visto il coinvolgimento di Pechino che finanzia il governo del Sudan in cambio di petrolio.
In Cina, la rivolta indipendentista più pericolosa dopo quella tibetana è quella delle popolazione uigure di religione musulmana nelle province occidentali. Influenzati anche dalla predicazione di Al Qaida, i militanti uiguri hanno sfruttato lo scenario olimpico per mettere in atto attentati.
Nelle Filippine, i Moros sono invece le popolazione musulmane di Mindanao, protagoniste dal 1973 di una rivolta separatista capace di mobilitare oltre 60mila guerriglieri. Negli ultimi dieci giorni le violenze hanno fatto 190 morti. Dopo gli accordi con Manila, del 1996, il Fronte di liberazione Moro ha messo fine alla lotta armata, ma alcune sue unità sono sotto il controllo del gruppo al qaidista di Abu Sayyaf. Priva di grosse connotazioni internazionali è la rivolta Tamil che dal 1983 combatte una lotta indipendentista costata oltre 70mila vite contro l’esercito dello Sri Lanka per il controllo della penisola di Jaffna e dei distretti di Trincomalee e Batticaloa. La rivolta dell’isola di Bouganville nella Papua Nuova Guinea fa invece storia a se. Dopo un conflitto durato dal 1988 al 1997 che ha causato 20mila vittime, l’isola ha ottenuto l’autonomia.
Nelle province musulmane della Thailandia del sud gruppi di insorti sono protagonisti dal 2004 di scontri armati con l’esercito. I morti sono tremila. L’origine della rivolta è misteriosa e fonti thailandesi hanno perfino accusato i ristoratori malesi di finanziare gli insorti per acquisire il controllo degli ingredienti della prelibata Tom Young Soup, la zuppa più amata dalle popolazioni locali.