Osterie, quel che resta dei «trani» fra chitarre, barbera e canzonacce

Il «gallo è morto, the cock is dead» ma insieme al pennuto a Milano sono morti anche quei locali che ne cantavano il «coccodì e coccodà» in argot meneghino: chiusi, murati, e ceduti, buttati giù. Parliamo delle osterie, quei locali fumosi, umidi, male illuminati e anche un po' malfamati - Montanelli le chiamava «fumiganti gargotte» - in cui chitarra e barbera non mancavano mai. Per i modernisti il wine-bar è la naturale evoluzione - trasformazione del trani. Per i nostalgici le osterie furono invece luoghi originalissimi e legati a filo doppio alla cultura popolare milanese: impossibile qualsiasi confronto con altri generi.
Anche per il giornalista Giuseppe Barigazzi, autore nel lontano 1968 di un gustoso saggio intitolato «Le osterie di Milano» (Mursia editore) i moltissimi trani milanesi avevano una originalità del tutto particolare. Nelle osterie ogni «sabet sera» riuscivano a convivere brave sartine e navigate prostitute, composti ragionieri e «ligera» abbonati a San Vittore. Tutti insieme a mangiucchiare pescetti fritti, a bere un «quai coss de bagnà» e ad ascoltare il cantastorie di turno. Fu solo grazie alle atmosfere vagamente surreali delle numerossime osterie di Milano che potè nascere, lavorare e assurgere a fama di grande artista quell' Enrico Molaschi più noto come il Barbapedana, «menestrello divino», che morì in povertà alla Baggina nel 1911 lasciando in ricordo al vicino di branda la sua unica ricchezza: il cappello a cilindro con cui si esibiva gratis nei trani e che aveva la coda di uno scoiattolo cucita dietro. Cinquant'anni dopo non fu per merito dei bar ma solo grazie alle osterie frequentate anche da pittori, poeti, scrittori, cantanti e cabarettisti, che poterono affermarsi personaggi come Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Giorgio Gaber, I Gufi e tutti gli altri grandi «inventori» della risata amara e surreale. Grande maestro dello chansonnier Nanni Svampa, fondatore e coprotagonista dal 1964 al 1969 del quartetto I Gufi, fu per esempio un corpulento ex ferroviere che si chiamava Berto e che nei Sessanta si esibiva con la chitarra ogni sabato sera al Tranin di Precotto di via Erodoto, un localetto di due stanze oggi trasformato in trattoria, dove si parlava un superdialetto accompagnato da pane, cotechino e barbera. A quei tempi le osterie erano molte: a Milano non c'era che l'imbarazzo della scelta. Lo stesso Berto, di domenica, si spostava come spettatore alla Bocciofila Martesana in via Tofane, 19. Un trani nato nel 1907 nei locali di una tintoria. Qui si esibiva un altro cantastorie che si chiamava Sandro Zonca, specialista di filastrocche osé, i cosiddetti «spurcaciunad». Fino al 1970 l'oste del locale sul Martesana, Mario Grassi, serviva ottimo barbera con salsicce eccellenti, «luganighitt - diceva - d'on purscell ch'el mangia i pavesini». Oggi la bocciofila c'è ancora, ma nessuno canta più stornelli osceni: è passata all'Arci e per partecipare alle attività sociali bisogna iscriversi.
Le canzoni osé furono il «must» anche dell'osteria del Ponticello di via Magolfa.
Dove le signore-bene, mangiando in punta di forchetta, si divertivano «un Perù» ascoltando le canzonacce in dialetto. La trattoria della Magolfa esiste ancora ma ha bandito i cantastorie, allineandosi ai ristoranti più «trendy» della zona. Tra le nebbie dei Navigli primeggiò anche un'osteria in via Ascanio Sforza, 27. La Briosca, un locale che risaliva al 1600, rilevato nel 1968 da Luciano Sada, detto «Il Pinza». Anche qui ogni sera lo spettacolo nasceva spontaneo tra i tavoli grazie ai vari amici del titolare: dal tassista Cesare Lamberti, al fabbro Bruno Scapoccin che si tuffava nel Naviglio vestito da prete, al cantastorie Alberto Quacci detto «La Wanda» che si esibiva in indemoniati flamenchi sui tavoli. Nel 1973 la speculazione edilizia e le ruspe misero fine alla bella avventura del Pinza.
Stessa sorte subì il malfamato Praticello di piazza Belfanti, subito prima della massicciata della ferrovia, gestito dal 1886 ai primi Anni Settanta dalla famiglia Invernizzi-Fontana. Il Praticello, frequentato anche da due giovanissimi Cochi e Renato, fu il più famoso vivaio di cantastorie milanesi ma anche il luogo più frequentato dalla fuffaglia di Porta Ticinese: tutta gente che prima di imparare a camminare aveva «imparà a tacà lit». Non esiste più: oggi sull'area della ex villetta a due piani dove insieme alla frittata con cipolla a buon mercato poteva capitare l'avventura con la nave-scuola di turno, crescono solo erbacce e robinie.