Ovazioni per il «morbido» Bolle Perfetta Romagna sulle punte

B izet non è più Bizet e Carmen non è più Carmen. Amedeo Amodio è sempre Amedeo Amodio. Stessa curiosità, stessa passione, stessa libertà. Stessi ricci e stesso sguardo sornione. È tra i pochissimi ballerini della Scala che se la sono cavata alla grande anche senza Scala. Nel suo caso rinnegata nel clou del successo a favore della tivù di intrattenimento. Sarebbero seguiti film (Il portiere di notte di Liliana Cavani), coreografie (è tra i primi a portare il moderno nello stesso Piermarini, passa con disinvoltura da Coccodrilli in abito da sera alle danze della Vestale di Spontini, Muti regnante), direzioni di compagnia. Alla voce anche e soprattutto l'Aterballetto. Con lui divenuto punta di diamante della danza nostrana, richiamo di intellettuali e artisti, riferimento dei grandi della coreografia internazionale.
Finita, in malo modo, la lunga avventura di Reggio Emilia, Amedeo continua a camminare. Crea. Riprende i vecchi titoli. Tra questi Carmen. Il titolo nasce dall'amore viscerale per la Spagna e arriva da Reggio. Allora, era il '95, poggiava sulle idee portanti di flash back e Hugo Pratt. Ma lo sviluppo non risultava compiuto. Da qui le riprese. Fino a questa che conserva la tecnica del flash back. Mentre di Pratt utilizza esclusivamente (chissà perché, povera Luisa Spinatelli scenografa e costumista) la divisa da ufficiale di marina di Corto Maltese. Di Bizet, adattato specialmente nello strumentale da Giuseppe Calì, resta l'orgia melodica. Di Carmen la passionalità. Di Amedeo anche coreografo con il senso della rivista (appunto quello che a vent'anni lo consegna ai riflettori massmediali di Studio Uno), un'impianto classico-moderno che strizza l'occhio al musical. La nuova Carmen (Arcimboldi) è introdotta da un preludio coreografico. Le donne hanno abiti spagnoleggianti, gli uomini saltano fuori dal Pellizza del «Quarto Stato». Segue la storia raccontata all'incontrario. Una Carmen bianca muore laggiù, contro la quinta di destra, uccisa da José. I macchinisti cominciano a smontare le scene. Saltano fuori gli spaccati dei camerini, passa il fan che non trova la bella cui consegnare i suoi fiori. Qualcuno si toglie il chiodo di pelle rossa e nera e indossa una divisa. Una violinista di passaggio lo vede e, fattasi Carmen, riconosce il suo Josè. La storia ricomincia. Sesso, sfida, sigaraie seducenti, uomini arrapati. La prigione, l'omicidio, la montagna. Escamillo in mutande davanti allo specchio e il rito della vestizione. L'incontro Carmen-torero risolto con un passo a due moderno che è l'intuizione migliore del balletto. La morte senza musica né gridi: con Josè immobile in proscenio e lei accasciata bianca ai suoi piedi. Amedeo ha fatto un bel lavoro di rilettura. Carmen è veloce, colorata, piacevole, in alcune momenti (tutta la parte del torero, l'ottimo Fabio Saglibene) geniali. Quel cominciare dalla fine tuttavia intralcia ancora la tenuta drammaturgica e andrebbe ristudiato.
Gli applausi sono tanti. Vanno soprattutto agli interpreti. Ovazioni per Roberto Bolle statua greca, danzatore morbido come un giunco e leggero come una piuma. Tecnica strepitosa. Tenuta scenica modesta. Assensi per Marta Romagna, assolutamente perfetta per l'aggressività aguzza, il classico spinto all'estremo (è l'unica in punta), la capacità di declinazione espressiva. Bene anche l'Orchestra dell'Accademia del teatro diretta da David Garforfh.

Annunci

Altri articoli