Pacifisti pronti a creder a tutto per poter sdoganare la guerra

De Gregorio, Henry Lévy e Dario Fo. Giuravano che fosse il male assoluto. Ma questa no. Il paradosso di Gad Lerner che accusa il governo di disfattismo

La rivoluzione ha un tale fascino che è impossibile dirle no. Anche se dei rivoluzionari sappiamo poco o nulla. E così chi, a destra ma anche a sinistra, manifesta qualche dubbio sulla natura dell’insurrezione nei Paesi arabi viene liquidato dai progressisti, un tempo pacifisti, come vittimista, isolazionista, allarmista. Sono queste le parole con le quali Gad Lerner bollava ieri su Repubblica il governo di centrodestra che, a suo parere, teme «un esito felice» del conflitto, cioè la vittoria dei ribelli al regime.
Gheddafi è un dittatore spietato, non c’è dubbio. Sarebbe una gran cosa se i Paesi arabi scoprissero la libertà, e fossero guidati da una classe media laica e democratica. Ma chi può garantire su chi vorrebbe prendere il posto dei tiranni del passato? Nessuno sembra disporre di argomenti definitivi. Questo però non frena l’entusiasmo: ogni residuo di realismo, e di pacifismo, è stato abbandonato. A costo di trangugiare ogni bufala: la missione umanitaria, la salvaguardia dei diritti umani, l’operazione di peace-enforcement, come dicono quelli che la sanno lunga. Si va in guerra per interessi anche economici? Non sia mai, noi europei siamo buoni. Erano gli americani George Bush e Dick Cheney a scendere sul campo di battaglia per il petrolio, altro che Enduring freedom, Saddam (che gasava i curdi) era un despota ma anche il legittimo governante di uno Stato indipendente a cui non rompere le scatole.
Tutto passato. Bernard Henry-Lévy, a esempio, si arrampica sugli specchi al fine di poter sposare un punto di vista solo per caso molto simile a quello della propaganda francese. La guerra in Libia, scrive sul Corriere, è una guerra «che sottrae la guerra alla guerra». Limpida riflessione che introduce quanto segue: «È un’iniziativa francese ma non una guerra francese»; e soprattutto non è una «guerra neocoloniale». Dopo l’excusatio non petita ecco una serie di dichiarazioni come minimo discutibili: è una guerra che ha il sostegno della Lega araba (si è visto); è una guerra «di salvataggio» (però non ci si può limitare a proteggere i civili, bisogna mandare via Gheddafi); gli oppositori potrebbero essere antidemocratici, antioccidentali e filoislamici, ammette il filosofo: ma sono lo stesso «in cammino verso una democrazia di cui stanno reinventando, a grande velocità, i principi e i riflessi». Perché mai?
L’Occidente ha già qualche esperienza negativa nel gestire le guerre altrui. Ricordate le frequenti accuse agli americani: avete portato voi al potere i talebani in Afghanistan? Evidentemente, chi allora impartiva lezioni di pacifismo, oggi scalda i motori della coalizione. Ora si fanno parallelismi fra Mazzini e ribelli di cui poco si conosce: «Non si possono lasciare soli gli eroi del “nuovo risorgimento del mondo arabo”, per usare le parole di Napolitano. Non si possono celebrare i nostri ventenni di centocinquant’anni fa e ignorare i loro ventenni oggi» (Concita De Gregorio, l’Unità).
Gli stessi che hanno deprecato le guerre con Afghanistan e Iraq, considerate imperialiste e mosse dalla volontà di rapina del petrolio altrui, in questi giorni ostentano certezze. Siamo nel mezzo di una missione umanitaria, non di una spedizione con molti aspetti oscuri. E sia lodata la Francia che ha iniziato a sparare con una fretta che ad altri sembra sospetta: «Se non c’era la Francia, che partiva in quarta, c’era una strage e staremmo qui a piangere anche sulle nostre responsabilità» (Dario Fo all’Unità).
Chi inorridiva di fronte all’idea di esportare la democrazia, dottrina Bush, ora predica l’esatto contrario: il pacifismo «priva anche della possibilità di appoggiare la democrazia già esistente dove è minacciata o di sostenere una rivolta che provi ad instaurarla» (Paolo Flores d’Arcais sul Fatto). E dunque interveniamo, perché le rivolte hanno «una fortissima componente giovanile, colta, laica».
Dal pacifismo all’interventismo, senza mai lasciarsi sfiorare dal dubbio.