«Pacs mascherati. Sbagliato nascondersi dietro a un nome»

Il docente: «La famiglia deve essere aiutata, così si disgrega»

da Roma

«I “Dico” non si chiamano Pacs, ma sono come i Pacs. Non ci si può nascondere dietro un nome». Don Michele Aramini, 53 anni, docente di teologia morale alla Cattolica di Milano e assistente spirituale all’università Cattaneo di Castellanza, sul riconoscimento delle coppie di fatto ha scritto un libro: Pacs, matrimonio e coppie omosessuali (edizioni Paoline).
Che cosa ne pensa del Ddl approvato dal governo? Lo ritiene una buona mediazione?
«La prima impressione è quella di rileggere la scaletta dei Pacs francesi. La dichiarazione contestuale invece che congiunta all’anagrafe, e il nome “Dico” non cambia la sostanza delle cose: di fatto il disegno di legge interviene su tutti gli elementi tipici di una convivenza di coppia, che viene riconosciuta».
Perché la Chiesa è così contraria ai Pacs? In fondo non riconosce come tale neanche il matrimonio civile...
«Non è del tutto esatto. La Chiesa ritiene l’istituto del matrimonio un valore in se stesso e per chi non è cristiano o non è più credente il matrimonio civile ha un valore riconosciuto anche dalla Chiesa. Certo, per la legge canonica il vero matrimonio per due battezzati è solo quello religioso, ma c’è comunque molta differenza, dal punto di vista dei valori, tra chi non si sposa e chi lo fa solo civilmente. Quanto alle ragioni della contrarietà, bisogna dire che ci sono tendenze ideologiche per arrivare a un riconoscimento di “matrimoni” omosessuali».
Però la Chiesa è contraria ai Pacs anche per le coppie eterosessuali.
«In questo caso ci si preoccupa per un proliferare di diritti che non prevede impegni e responsabilità. Non dobbiamo nasconderci che se le persone possono ottenere benefici senza doveri, è più difficile che prendano in considerazione un impegno serio come il matrimonio, che è la scelta più forte per un uomo e una donna, i quali decidono di vivere in comunione e di mettere al mondo dei figli. La Chiesa pensa al futuro, alle nuove generazioni che si troveranno davanti ad altri modelli codificati e riconosciuti».
Perché il riconoscimento delle convivenze dovrebbe disgregare la famiglia? Non le sembra già in via di disgregazione?
«Di fronte a questa emergenza dovremmo chiederci che cosa fare per arrestarla, non favorirla. I governi di paesi come la Gran Bretagna e l’Olanda, che in questo processo sono di alcuni anni più avanti di noi, ora stanno rimettendo in discussione le loro scelte perché la disgregazione della famiglia è diventata un allarme sociale».