Palazzo Reale, sfida moderna dell'arte sacra

A Palazzo Reale i capolavori della pittura religiosa lombarda dai
Borromeo all’800. Tra le tele, il rigore di San Carlo visto dal Cerano e
l’Arcangelo Michele di Hayez

Entrambi cardinali, entrambi arcivescovi di Milano, entrambi paladini della fede. E, fatto non secondario, entrambi dotti uomini di cultura. Non si può parlare di arte lombarda e prescindere dai Borromeo, i cugini Carlo (1538-1584) e Federico (1564-1631). Carlo, pallido, naso aquilino e un'innata capacità di mettersi dalla parte degli umili, fu canonizzato quattrocento anni fa, il 1° novembre 1610. Fu il vescovo della Riforma cattolica, impegnato a riportare la chiesa meneghina sulla retta via, il cardinale che fece erigere sacri monti e santuari, sacerdote rigoroso e per questo soprannominato il Castissimo. Soprattutto, fu vescovo a Milano durante la carestia e la peste: moltiplicò le opere assistenziali e divenne figura amatissima in città.
Facile immaginare che un uomo così rappresentasse per i suoi contemporanei un eccellente soggetto artistico. Ancor più facile se consideriamo che il di lui cugino, il dotto Federico, il vescovo tanto caro ad Alessandro Manzoni, l'uomo di lettere che amava collezionare quadri e libri e il fondatore della Biblioteca Ambrosiana, fu mecenate dei migliori talenti artistici della sua epoca.
Giambattista Crespi, detto il Cerano, Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone e Giulio Cesare Procaccini furono la punta di diamante di una scuola lombarda che scelse la pittura come veicolo privilegiato per cantare i valori della Riforma. Ritratti di San Carlo, soggetti sacri, annunciazione e episodi biblici sono la cifra stilistica di autori che, su suggerimento di Federico, intingevano il pennello nel rigoroso cattolicesimo lombardo del Seicento.
Azzeccato è il titolo della mostra che ha appena aperto i battenti a Palazzo Reale e che si propone di percorrere la storia dell'arte sacra nella regione: «Sacro Lombardo. Dai Borromeo al Simbolismo» (fino al 6 gennaio, catalogo edito da 24 Ore Cultura): curata da Stefano Zuffi e da monsignor Franco Buzzi, prefetto dell'Ambrosiana, ripercorre in una sessantina di opere l'arte sacra in Lombardia, partendo proprio dalla canonizzazione di Carlo Borromeo e arrivando fino al 1922, quando venne eletto papa Achille Ratti di Desio con il nome di Pio XI.
Tra pale d'altare, dipinti e quadri, molti dei quali provenienti da collezioni non aperte al pubblico, spiccano alcuni capolavori della scuola lombarda come “Giuditta e Oloferne” del Cerano o l' “Erodiade” di Francesco Cairo. È forte l'impatto nelle prime sale, dove i due Borromeo (Carlo come soggetto artistico privilegiato, Federico come mecenate e committente) sono indiscussi protagonisti e ci raccontano di una stagione, il primo Seicento, che vide Milano caposaldo del rinnovamento morale della chiesa italiana.
La mostra prosegue con la pittura settecentesca, dove spiccano i lavori del bellunese Sebastiano Ricci e del genovese Alessandro Magnasco, molto attivi a Milano, ma anche di tanti maestri lombardi che avrebbero meritato una fama maggiore tra i posteri, come Filippo Abbiati o Andrea Lanzani. Il Settecento, con le sue atmosfere cariche e intense, segna lo sviluppo dell'arte sacra lombarda e ticinese in piena autonomia da Roma, tanto che un gigante dell'epoca, il Tiepolo, ne fu molto attratto: in mostra è presente anche una pala d'altare realizzata dal pittore veneziano durante il soggiorno milanese.
Il viaggio nel sacro in Lombardia si chiude con l'Ottocento e basta dare un'occhiata a “L'Arcangelo Michele” di Francesco Hayez - che è un nudo modernissimo - per ricordarci come l'arte sacra in Lombardia seppe sovente sollevarsi dalla rappresentazione paludata dei soggetti religiosi per esprimere una forza espressiva che ancora oggi, a distanza di secoli, è capace di lasciare a bocca aperta.