«Papà Bianciardi, lo scrittore anarchico che voleva far saltare in aria Milano»

L’arrivo in Feltrinelli nel ’54, gli anni del boom, i pochi dané, le pensioncine in Brera e i salotti «bene»

Senza tessera né partito, completamente sprovvisto di senso pratico e incapace di gestire la quotidianità, come è tipico di ogni genio-ribelle, Bianciardi aveva una qualità straordinaria, oltre al dono della scrittura: quella di demolire tutto ciò che aveva faticosamente messo in piedi. «Uscito poco gloriosamente dalla casa editrice, nella quale aveva creduto e con la quale avrebbe voluto dare il meglio di sé, fu comunque sostenuto da Feltrinelli, che gli affidò diverse traduzioni dall’inglese, lingua di cui Bianciardi si era impadronito facendo da interprete per il comando inglese, in Puglia, durante la seconda guerra mondiale». Sono gli anni in cui, in albergucci a Porta Venezia o in pensioncine in via Solferino, traduce un libro al mese, più di cento in dieci anni, dai Tropici di Henry Miller, del quale divenne amicissimo, a Mille idee per incrementare le vendite.
«In genere Bianciardi lavorava senza sosta per almeno otto ore al giorno, sei giorni la settimana; si era dato un termine, per i libri che traduceva, di venti cartelle al giorno. E chi traduce per mestiere sa bene che cosa significhi un numero simile di cartelle! Non si alzava dalla macchina per scrivere finché non aveva finito l’ultima cartella. Si può dire che il suo hobby preferito fosse proprio lo scrivere perché lui riteneva quello di traduttore il suo vero lavoro. Scriveva, come diceva lui, “nel tempo libero, la domenica”. Comunque, rimanere fuori dalla casa editrice forse fu la sua fortuna perché la libera professione, se così si può definire, gli consentì di sviluppare i temi a lui più congeniali che si concentreranno nella Vita agra, pubblicata nel 1962».
La vita agra: storia di un provinciale che sale a Milano per vendicare i minatori morti nel maggio del ’54 a Ribolla, in Maremma, ma che finisce per essere metabolizzato dalla società che voleva distruggere. La metafora della sua vita. «È per “vendicare” quelle morti che lo scrittore viene a Milano. Vuole “mettere una bomba” alla sede della Montecatini, responsabile della morte dei suoi amici, e la bomba che metterà sarà proprio il libro, La vita agra. Ma la bomba non esplode, anzi, gli si rivolta contro: diventa un caso letterario, un successo senza precedenti, Bianciardi fa il salto di qualità, entra prepotentemente nell’élite degli scrittori “milanesi”».
Scarpe grosse e cervello fino, maglioni coi cervi stampati e spirito temprato dalla vita grama, Bianciardi entrò nei salotti buoni senza temere di inzaccherarli. Col beneplacito dei padroni di casa. Odiava loro e la loro città: «Bianciardi non amava la capacità di Milano di catturare un uomo e di trasformarlo in ciò che la città stessa vuole che esso diventi. Anche se, forse, qualcosa amò: la possibilità che offriva a tutti di emergere in vari campi, una possibilità democratica, una possibilità, tuttavia, che nella realtà non si verificava come nelle speranze». La Milano che sopportava e quella che amava: le bettole bohémiennes di Brera, gli amici e l’alcol del Giamaica... «E la latteria delle sorelle Pirovini, in via Fiori Chiari dove oggi c’è un negozio chic: era il luogo di ritrovo per molti intellettuali. Le sorelle Pirovini erano delle vere sante, diceva Bianciardi, spiegando che chi mangiava in latteria difficilmente dichiarava tutto quanto che aveva preso. Loro lo sapevano, ma facevano finta di niente. In molti, negli anni Cinquanta e Sessanta sono riusciti a sopravvivere grazie alle sorelle Pirovini... ». E poi il Derby di via Monte Rosa dove è nato il cabaret, o il Santa Tecla, vicino alla Galleria, ad ascoltare jazz... Erano tutti qui i suoi amici: Jannacci, il pittore Edoardo Franceschini, Carlo Ripa di Meana, il mitico fotografo di Brera Mario Dondero e poi artisti, scrittori, giornalisti...
Romanziere, giornalista, saggista, critico televisivo, cronista sportivo, sceneggiatore, storico, traduttore. Fu tutto questo e altro ancora. Eppure Luciano Bianciardi, un genio della vita presa di sguincio, non fu mai un intellettuale, categoria che amabilmente disprezzava. Come molte altre cose, del resto. «Certamente diverso, in senso intellettuale, non amava chi faceva il mestiere dell’intellettuale. Era un anarchico nella cultura così come nella vita: quando raggiungeva un obiettivo era capace di autodemolire la sua posizione con decisioni drastiche e contrarie a ogni logica. Un esempio per tutti: quando Montanelli lo chiamò al Corriere della Sera, dove avrebbe rivestito un ruolo di collaborazione prestigioso, Bianciardi rifiutò l’incarico e rinunciò al nome sulla grande testata per firmare articoli su giornali come Abc, Le ore, Kent o Il Guerin Sportivo del suo amico Gianni Brera. Il lavoro culturale era visto da Bianciardi con grande ironia, direi addirittura al di sopra delle parti». E chi ha letto Il lavoro culturale, uscito nel ’57, un’altra bella bomba, lo sa. Dopo arriveranno L’integrazione, i romanzi «risorgimentali», il trasferimento a Rapallo e, nel 1969, il romanzo-rottura Aprire il fuoco, dove già si respira un vago senso della fine.
Nel 1970 Bianciardi torna nell’odiata Milano, abbondantemente avanti sulla strada dell’autodistruzione: grappa balorda, “caffea”, venti Nazionali al giorno, notti aspre e bruschi risvegli. Morirà l’anno dopo, il 14 novembre, neppure cinquantenne, di cirrosi e svogliataggine di vivere, come disse uno che lo conosceva bene. Ai suoi funerali si trovarono in quattro.
Luigi Mascheroni