«Papà Bompiani, l’uomo che salvò tutte le idee degli uomini»

La figlia Ginevra racconta vita, carattere, imprese e amicizie del grande editore «artigiano»

«Era figlio di un militare e la famiglia si spostava continuamente dietro al padre. Ma la sua città fu Roma, soprattutto la casa di via Belsiana dove vivevano parenti, cugini e cugine, simpatici e strampalati. Era una casa di pittori e le loro mogli popolane e modelle, con una quantità di figli. Solo più tardi, nel ’24, venne a Milano per lavorare alla Mondadori, come segretario personale di Arnoldo».
Ginevra Bompiani dal padre ha ereditato parecchie cose: il profilo aristocratico, l’aplomb, la passione per la letteratura (ha insegnato all’Università di Siena per vent’anni), quella per la scrittura (è autrice di saggi e romanzi), e per l’editoria naturalmente (da ragazza ha lavorato per alcuni anni nella maison di famiglia e nel 2002 con un gruppo di amici ha fondato la casa editrice nottetempo, rigorosamente con la minuscola).
Libri, un vizio di famiglia. «Papà prima lavorò alla Mondadori, in via Maddalena, a palazzo Cicogna, poi venne chiamato alla Unitas, una piccola casa editrice di due ticinesi che avevano gli uffici in Galleria Vittorio Emanuele, nel retrobottega di una libreria. “Faccia lei”, gli dissero nominandolo direttore editoriale. Durò poco, però. Se ne andò di lì a tre mesi per un dissenso con i proprietari, che avevano concordato con Guido da Verona la pubblicazione di una parodia dei Promessi Sposi. Con la liquidazione della Mondadori fondò allora, nel ’29, la sua casa editrice».
Ogni atto fondativo profuma di leggenda: Bompiani, questa invece è storia, affittò tre locali in via Durini: partì con quattro tavoli, una segretaria quindicenne, un fattorino, un finissimo orecchio letterario, un fiuto non comune per gli uomini e un istinto ancor meno comune per i titoli. «Zio Val» - era di famiglia patrizia e impiegò metà della vita per farsi chiamare Bompiani invece di Conte - esordì con una biografia di don Bosco, scritta dal sacerdote milanese Ernesto Vercesi e stampata - pecunia non olet - dalla stessa tipografia dei gesuiti che sfornava i libri dell’eretico Moravia, e continuò con tutti gli autori che a suo dire aiutavano a capire i mutamenti della società. In questo fu editorialmente inimitabile. «Cosa pensava del mestiere di editore? Ripeteva: “I libri li scrive qualcuno che non è l’editore, li stampa normalmente un altro, li vende un terzo che non è lui: l’editore, di suo, che cosa ci mette? L’amore”. Questo è stato il filo rosso di tutto il suo lavoro, insieme all’idea di servire il suo tempo. Proprio da questa idea, quella di rendere un servizio alla nostra memoria, nacque il famoso Dizionario delle Opere e dei Personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature». Il suo capolavoro: in piena guerra, mentre sull’Europa aleggia lo spettro di un olocausto dei libri e degli uomini, Valentino Bompiani - si dice che i grandi personaggi agiscano malgrado le difficoltà - partorisce l’idea più folle e ambiziosa che si possa accarezzare: mettere in salvo in un monumentale dizionario tutto ciò che l’uomo ha pensato e scritto nei millenni, dalle origini a oggi, una biblioteca ideale dalla quale trarre le opere fondamentali della letteratura, della filosofia, della storia, del teatro...
Investì tutte le risorse di cui disponeva la casa editrice, e anche quelle di cui non disponeva, mise al lavoro gli intelletti migliori, non si perse d’animo neppure quando rischiò di perdere, confiscato dai nazisti, tutto il piombo già composto e accatastato nel Castello di Carimate... Un’Arca di Noè dello Spirito, è stato detto. L’importanza dell’opera, uscita a partire dal ’47, è stata riconosciuta con il patrocinio dell’Unesco. «Fu un’opera lungimirante e coraggiosa, alla quale era molto affezionato. E un grande strumento, di cui era giustamente orgoglioso. Ma come era orgoglioso dei suoi premi Nobel, per il fatto che erano autori presi molti anni prima, quando nessuno li conosceva... Anche se fra i suoi autori era certamente più affezionato agli italiani, molti dei quali furono suoi amici carissimi». Come Borgese, Bontempelli, Alvaro, Savinio, Brancati, Marotta, Eco e Zavattini soprattutto... «Il suo rimpianto più grande? Elio Vittorini, che fuggì non solo come autore, ma in persona, come collaboratore, passando a Einaudi. Mio padre non smise mai di soffrirne».
Uomo dai gusti culturali moderni e dal senso commerciale acuto, Bompiani pensava al mondo come a un infinito scaffale, sul quale potevano trovare posto le poesie di padre Turoldo ma anche il Mein Kampf, che pubblicò, tradotto dal professore ebreo Angelo Treves, perché - diceva - nel libro sta scritto tutto ciò che Hitler avrebbe fatto e bisognava saperlo.
Una passione per la pittura («Per lui era un divertimento e lo sfogo di una creatività dilagante, che nemmeno la casa editrice riusciva interamente a soddisfare. Dipinse e fece collages fino all’ultimo. Siccome non ci vedeva quasi più, alla fine gli regalai dei colori molto grandi e lo aiutai a incollare le foglie e i ritagli di giornale. Abbiamo quattro suoi quadri dell’ultima estate, nati così»), una personalità forte («Era ciclonico, sia nel senso di un ciclone di energia, che in quello della mutabilità dell’umore. Aveva un carattere seduttivo ed esplosivo. Era malinconico e presente, generoso e prepotente, grande lettore, curioso di tutto. Quando non lavorava in casa editrice, leggeva, scriveva, dipingeva o raccoglieva sculture involontarie: ceppi, legni contorti, sassi. Non l’ho mai visto fermo, se non prima di addormentarsi»), una naturale eleganza («Ma non era né un vezzo né una debolezza. Era un confine. Era la civetteria di un cavaliere antico, la sua a-contemporaneità. Ascoltava il suo tempo, ma non fino a perdere l’eleganza»), Valentino Bompiani ha scritto la storia, tutta milanese, di un uomo decisamente convinto che «il lavoro è fatto di lavoro» e di un editore fermamente fiducioso nel suo strano mestiere: «Ha amato molto questa città, alla quale ha reso onore per più di sessant’anni. Purtroppo Milano non vuole ricordarsene, né ricambiarlo: se l’è cavata con una lapide frettolosa e tardiva sul muro di casa, e, dopo aver deliberato di dedicargli una strada, se n’è dimenticata...».
Valentino Bompiani, rimanendone il nume tutelare, cedette la casa editrice nel 1972. È morto, rimanendo un esempio nel mondo della cultura, nel febbraio del ’92. Al corteo dei suoi funerali, da via San Primo lungo corso Venezia fino a piazza San Babila, dietro alla moglie Nini, alle figlie Emanuela e Ginevra e agli amici scrittori, furono visti sfilare, silenziosamente, anche diecimila autori, ventimila titoli di opere e oltre duemila personaggi letterari, di tutte le epoche e le nazionalità.
Luigi Mascheroni