«Papà Enrico Maria Salerno milanese senza patria e artista con troppo genio»

Gli applausi non lo scuotevano mai un granché. Enrico Maria Salerno diceva che recitava per se stesso, non per gli altri. Tranne che con Chiara: il trionfo della figlia, sul palco con lui, è stata la gioia più grande che il teatro gli ha dato.
Sullo stesso palcoscenico ci finirono nell’82, al San Babila, per una commedia “a due”: un irreprensibile magistrato di mezza età e una provocante studentessa sedicenne pronti a sfidare per amore ogni Tabù, come da titolo della “scandalosa” pièce. «È stato il momento più bello della mia vita. Ero giovanissima e recitare con papà fu stupendo. Mi ha insegnato tantissimo, mi ha messo alla prova, mi ha obbligato a superare i miei limiti: “Non ce la fai, ho sbagliato a sceglierti...”, urlava. Già all’epoca mi dicevo che se mai fossi diventata una vera attrice sarebbe stato soltanto grazie a lui».
Chiara Salerno, che una vera attrice lo è diventata, è romana tanto quanto il padre era milanese, ha 48 anni, due figlie per le quali ha lasciato il mestiere per una decina di anni («ho preferito fare la moglie e la mamma in quel momento»), una Maschera d’argento vinta come miglior attrice proprio per Tabù, una carriera come doppiatrice (è stata anche la voce della protagonista femminile del Gladiatore, d’altronde suo padre lo è stato di Clint Eastwood nella Trilogia di Leone e del Cristo nel Vangelo di Pasolini) e un ruolo ormai storico nella fiction La squadra («stiamo girando l’ottava serie che andrà in onda dopo Natale»), l’Ispettrice della Scientifica Nicoletta Veneziani, un tipo - sarcastica, affascinante, decisa - che le assomiglia molto. «Ho cresciuto le mie due bimbe, poi sono tornata in scena. Mi mancava troppo. Il nostro non è un mestiere, è un destino che devi assecondare altrimenti ti spegni. Se non recito, non sono io».
Una frase che papà avrebbe condiviso: Enrico Maria Salerno è stato quello che è stato perché non ha mai smesso di recitare. Iniziò giovanissimo, quando scappò da casa, nel ’43, sui carrozzoni della famiglia Rame che andava recitando di piazza in piazza per la Lombardia. Poi i primi passi come attore di prosa, il debutto al “Piccolo” e la consacrazione al “Manzoni” con Lilla Frignone, Gianni Santuccio e Memo Benassi; a metà degli anni Cinquanta, via da Milano, il passaggio al Teatro Stabile di Genova dove porta in scena Dostoevskij, Cechov e Giraudoux, e nel 1960 la fondazione della “Compagnia gli Associati” con Sbragia e Garrani e il primo ruolo-capolavoro, nel ’63, come marito vittima di un vizioso menage coniugale in un applauditissimo Chi ha paura di Virginia Woolf? di Zeffirelli. E fra tanto teatro, ha il tempo di lasciare le briciole del suo talento al varietà, alla tv e al cinema: musical, caroselli e sceneggiati televisivi, l’esordio cinematografico nel ’52 con La tratta delle bianche di Comencini (qualche anno e vincerà il Nastro d’argento come miglior attore ne La lunga notte del ’43) fino a passare, nel ’70, dietro la macchina da presa quando gira il film-culto Anonimo veneziano.
«Papà era il meglio, il più bravo. Quando giovanissimo fece il provino con Benassi, lui seduto in platea e papà sul palco insieme a tutti gli altri che aspettavano e parlavano, a un certo punto il regista gli dice “Prego, può cominciare”. E lui: “Veramente ho già finito”. Papà non recitava, parlava, nel senso che era assolutamente naturale, da non accorgersene. Un talento. Il guaio è che non è stato valorizzando abbastanza. Anche dopo la sua morte: mai una serata speciale, mai nominato tra i grandi attori del passato. Di chi è la colpa? Forse i registi o gli impresari che non lo hanno chiamato quando dovevano, oppure il suo carattere. Papà non era un tipo malleabile e questo lo ha penalizzato. Oppure le sue stesse scelte, non lo so... d’altronde la storia di mio fratello Nicola che si è fatto dieci anni di eroina brutta non lo ha aiutato. Papà non era libero con la testa e col cuore, sempre a cercare di salvare suo figlio, corrergli dietro, pagargli i debiti... E così è stato costretto ad accettare anche film di cassetta che in un’altra situazione avrebbe rifiutato». Come i poliziotteschi degli anni Settanta e le sexy-commedie degli Ottanta. «Sta di fatto comunque che bravura e successo non sono andati di pari passo: la prima ha sempre superato il secondo... ».
Temperamento freddo e voce calda, Enrico Maria Salerno era bravo nel drammatico, nel classico, nella commedia, nel musical. Passava con disinvoltura da Shakespeare a uno sceneggiato tv, dalla lettura di Dante a un film con la Fenech. «Diceva sempre “Non siamo calzolai che facciamo le scarpe per gli altri su misura. Quello che facciamo lo facciamo per noi stessi e se agli altri piace bene, se non piace, non importa”. Credo che per lui fosse questa l’idea di arte». Un’idea che aveva chiarissima, a differenza di quella sulla vita, piuttosto confusa. A Salò appena diciottenne poi militante di sinistra religiosamente agnostico, credeva nel dubbio che alimenta la ragione. «E nei fantasmi. Non scherzo, aveva una paura matta. Teneva sempre la luce accesa in bagno o in corridoio, con l’abatjour sul comodino e anche una pila a portata di mano, non si sa mai. Non dormiva volentieri da solo, e in effetti, adesso che ci penso, non è che gli sia capitato molte volte...».
Enrico Maria Salerno - due mogli ufficiali, un paio non ufficiali (tra cui Valeria Valeri, mamma di Chiara), un numero alto ma precisato di figli e uno molto più alto e imprecisato di amanti - conobbe le donne più belle della loro epoca, decennio per decennio, dalle gemelle Kessler (a lui ne bastò una, Alice) a Veronica Lario, che nel ’79, splendidi capelli castani e fisico statuario, volle accanto a sé come protagonista femminile della commedia Il magnifico cornuto. «Papà era un bell’uomo, affascinante: la barba, gli occhi, quelle sopracciglia.... Ma questo non basta. Non so dire che cosa sia il fascino, ma so che lui l’aveva. Questa capacità di far sentire una donna unica e insostituibile... diceva: “Sei la mia regina”, “Sei l’unico amore della mia vita”... e loro ci credevano, eccome. Ho visto più di una donna ai suoi piedi, ma in senso letterale. Una poi, non dico il nome, oggi è troppo famosa, in ginocchio davanti a lui che lo supplicava... Tutto questo però mi ha insegnato una cosa: la misura dell’amore. Ho capito cosa si può fare e cosa si può avere per amore. La maggior parte delle persone si accontentano, accettano anche frasi come “mi spiace, questa sera non ci vediamo, ho un impegno”, e poi ci sono poche fortunate che invece sono capaci di promettere follie».
Come quelle nelle quali cadeva spesso Enrico Maria Salerno, attore sperimentale e genitore anticonformista. «Era fuori dal comune, ingombrante. Di solito uno dal padre vuole la quotidianità, delle certezze. Ecco, lui era esattamente l’opposto: fantasioso, spiazzante, eccessivo. Ma anche severo, un po’ orso, lunatico, strano anche nelle sue passioni». Come l’astronomia («mi ricordo che a volte ci svegliava in piena notte per trascinarci al telescopio a vedere una stella...»), i viaggi («sempre in giro, un milanese senza patria: aveva casa a Roma ma non vedeva l’ora di fare una tournee per tornare nella sua città senza sole, così la chiamava»), i libri («aveva una biblioteca di diecimila volumi, studiava e leggeva tantissimo: voleva capire l’opera, l’autore, la sua epoca. Non si è mai limitato a imparare un copione»).
Comunque, alla fine di copioni ne dovette imparare parecchi: 92 per i film che ha interpretato e 102 per gli spettacoli che ha portato in scena. L’ultimo, non poteva che essere così, fu Morte di un commesso viaggiatore, di Arthur Miller, nel 1993. Se ne andò qualche mese dopo, febbraio ’94. Ma Enrico Maria Salerno, che pure aveva il terrore di invecchiare - la sua vanità più feroce era quella di sentirsi sempre giovane - della morte non si era mai preoccupato troppo.
Un giorno, nel 1970, mentre girava il suo film più famoso, a Venezia, si imbatté in Ezra Pound. Gli chiese: “Maestro, come va? E il vecchio poeta, alludendo alla morte, rispose in perfetto dialetto veneziano: “Me sta sempre de drio ma non ghe do confidenza”. Un incontro che il vecchio attore ricordava spesso.