«Papà Fogar, l’Ulisse che girò il mondo per scoprire di amare solo casa sua»

Le traversate, il Polo, l’incidente del ’92. E la forza della fantasia che sfondava i muri

Ambrogio Fogar l’hanno dato per spacciato così tante volte nella sua vita che può anche capitare di imbattersi, dentro a una vecchia cartelletta d’archivio del Giornale, in una serie di «coccodrilli», regolarmente non pubblicati, a cadenza decennale: degli anni Settanta, Ottanta, Novanta... Ambrogio Fogar è morto nel 2005, un anno e mezzo fa, sopravvivendo a se stesso e anche a qualche giornalista molto famoso e altrettanto precipitoso.
I giornalisti del resto non si sono mai «presi» con Fogar. Loro giustamente sospettosi, critici, puntigliosi, anche invidiosi magari, comunque sempre alla ricerca di prove, controprove, testimonianze, documentazioni a proposito delle sue imprese, termine che qualcuno metteva rigorosamente tra virgolette. Lui invece spaccone, guascone, un po’ arrogante, inguaribile ottimista, facile agli slanci e alle esaltazioni, pronto a tutto pur di arrivare in fondo, senza limiti nel superare un limite. Tra sfide, proclami, mezze ammissioni, confessioni tardive, polemiche, accuse, veri trionfi e mezzi fallimenti, con lui di mezzo ogni avventura era un’avventura.
«Ma è stata la sua vita, dall’inizio alla fine, a essere un’avventura, tanto che non saprei nemmeno dire quale sia stata la prima, ce l’aveva dentro. E l’aveva dentro sempre, anche come padre. Nel suo trasformare ogni cosa in un gioco, in una sfida, nel far passare l’educazione attraverso il divertimento, senza imposizioni. Vuoi buttarti giù dal muretto?, mi diceva da piccola, fallo pure, ci sono io che ti tengo. Vuoi spaccare il bicchiere per terra dalla rabbia?, fallo, poi quando ti sei sfogata ne parliamo. Vuoi continuare a dire parolacce anche se sei una signorina ormai? Bene, tienile da parte, poi te le farò dire tutte in una volta in montagna, in mezzo alla valle, quando siamo soli, e quando poi mi ci portò davvero e mi disse, dai, urlale tutte, rimasi zitta a guardarlo e sorrisi».
Ha un bel sorriso, come il padre, Francesca Margherita Fogar: 31 anni - metà dei quali passata ad aspettare papà che era fuori per lavoro e l’altra metà passata in casa sperando che lui potesse di nuovo uscire -, autrice televisiva, una vita divisa tra Roma e Milano, sa bene cos’era l’Avventura per papà: «Portare il gioco anche dentro il mondo dei grandi». Una cosa che Ambrogio Fogar iniziò a fare da piccolo: non ha ancora 18 anni quando attraversa due volte le Alpi con gli sci, poi si dedica al paracadutismo e durante un lancio si salva per miracolo, cosa peraltro che gli capiterà spesso («Non si aprì il paracadute, aveva più ossa rotte che aggiustate»), diventa pilota di aerei acrobatici e alla fine - lui, figlio di una città senza mare, professione assicuratore - prende il largo su una barca a vela. Surprise.
Rotta verso l’ignoto. Nel ’72 affronta la sua prima traversata in solitaria dell’Atlantico, che porta a termine senza timone, fracassato da un colpo di mare. L’anno dopo raggiunge il Brasile partendo dal Sud Africa. E nel ’73, il suo capolavoro: la circumnavigazione del globo contro le correnti e il senso dei venti, da est verso ovest. «Io non ero ancora nata, ma so che fu la cosa più bella della sua vita, quella di cui andava più fiero. E aveva ragione, sembrava Ulisse: giovane, bello, biondo, imbattibile sul quel guscio di barca in mezzo agli Oceani, un eroe. Partì il 1° novembre del ’73 , da solo sul Surprise, e tornò nel dicembre del ’74. Praticamente un anno: il tempo della natura, il tempo del vento». Il tempo di diventare famoso. «Quando salpò, da Castiglione della Pescaia, quella mattina all’alba sulla banchina c’erano sei persone. Al ritorno erano ventimila». Con un debole particolare per i colpi di scena, il nuovo Ulisse, temporeggiando in mare, scelse come data d’approdo il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio. Quel giorno Ambrogio Fogar entrò nella leggenda.
«Papà in questo fu grandissimo. Rilanciò l’idea e il senso dell’esplorazione in un’epoca in cui tutti pensavano che non ci fosse più niente da esplorare. E ha inventato un nuovo modo di fare avventura. Anche con il marketing, la sponsorizzazione, l’aiuto e l’uso dei mass-media, certo. Ma ci pensa? Nel ’77 disse alla Star: voi datemi 2mila scatolette di tonno e io porterò il vostro marchio sulla vela in giro per il mondo... Aprì una strada».
Ne aprì più di una. Nel ’78 tenta la circumnavigazione dell’Antartide, ma il Surprise viene affondato da un’orca al largo delle Isole Falkland, nel ghiacciato sud dell’Atlantico. Fogar sopravvive per 74 giorni su una scialuppa di salvataggio mentre tutto il mondo lo sta cercando e tutti i giornalisti stanno scrivendo il primo necrologio. Con lui c’è anche il giornalista della Nazione Mauro Mancini, al quale il navigatore aveva concesso di accompagnarlo per un breve tratto e che muore di polmonite due giorni dopo che i soccorritori li hanno individuati e portati in salvo. «Fu il suo rimpianto più grande. Non si è mai perdonato di aver detto sì, vieni anche tu. Da allora si è imposto di non assumersi più il rischio degli altri». Continuò ad assumersi i propri. Ma calcolati: nell’80 inizia una preparazione - destinata a durare tre anni fra l’Alaska, dove impara a guidare i cani da slitta, e l’Himalaya, dove verifica le capacità di vivere alle temperature sotto zero - per affrontare la sua sfida più grande: un viaggio in solitaria, a piedi, al Polo Nord. Unica compagnia, il fedele Armaduk. Mai impresa ebbe un’eco mediatica tale.
«Ci fu un disgelo prematuro quell’anno. Mio padre si trovò su uno zatterone di ghiaccio che andava alla deriva verso sud, mangiandogli tutti i chilometri già percorsi. Era come andare su una scala mobile al contrario. Fece un tratto di percorso con l’aereo che lo seguiva come sicurezza e fu sommerso dalle polemiche. Lo accusarono di aver voluto barare... In realtà lui ammise subito che l’impresa dal punto di vista sportivo non era riuscita. Poi avrebbe raccontato tutto al ritorno, davanti ai giornalisti... Invece non gliene diedero il tempo, fu contestato in modo durissimo».
Contestato, amato, invidiato. In perenne equilibrio fra il ruolo di romantico avventuroso e quello di cinico avventuriero («“Sono quel che faccio”, diceva sempre»), Ambrogio Fogar ha battuto tutte le piste - i ghiacci, la montagna, il mare, i deserti - e se qualche volta ha pensato di tagliare la strada è stato solo per la sua ossessione di stupire, di arrivare. «La sua molla interiore, la sua stessa vita, era andare a vedere il mondo». Per ritornare sempre a casa. «Milano: il suo campo base, il luogo degli affetti, della famiglia. Ha visto i luoghi più incredibili del pianeta ma poi gli piaceva rimanere a guardare lo spicchio di parco Sempione che si vedeva dalla nostra casa di via Petrarca. E tornare ogni volta al campo Giuriati, dove è andato a correre per tutta la vita, ad allenare il fisico e la testa tra un viaggio e l’altro, un'ora al giorno tutti i giorni». E la montagnetta di San Siro che da piccolo la sua fantasia aveva trasformato in un Everest e l’Idroscalo in un Oceano Atlantico. «La stessa fantasia che usò “da grande” per sfondare i muri di casa».
Ambrogio Fogar - l’esploratore, il navigatore, il trapper, il viaggiatore - è morto nel settembre del 1992, quando la sua jeep si ribaltò sulla pista del raid Parigi-Mosca-Pechino, nel deserto del Turkmenistan. Lesione del midollo spinale.
Ambrogio Fogar - il malato, il paralizzato, l’eroe che è sopravvissuto 13 anni immobile in un letto a sfondare i muri di casa con la fantasia - è morto invece nell’agosto del 2005, quando il suo corpo di marmo ha smesso di litigare con la vita. Vicino aveva Francesca. «Se lo ricorda Lei, il suo modo di sorridere? Ce l’ha sempre avuto, anche dopo l’incidente. Strano vero? Mi sono sempre chiesta come potesse sorridere in quella foto tessera che si fece fare per il passaporto. Ma per andare dove poi?».