«Papà Giulio Natta, il professore che metteva in riga le molecole»

Il destino di un genio: a 21 anni era già laureato e a 35 «principe» del Politecnico

Normalmente, per la gente comune la capacità di comprendere una definizione scientifica è inversamente proporzionale all’utilizzo pratico che ne fa. Nessuno sa cosa significhi scoprire una nuova classe di catalizzatori capaci di orientare selettivamente la stereochimica delle reazioni di polimerizzazione degli alcheni. Tutti, però, usiamo la plastica e la gomma.
Ecco, Giulio Natta - ma sarebbe meglio dire il professor Giulio Natta - è l'ingegnere chimico che negli anni Cinquanta scoprì il polipropilene. Semplificando al massimo: una nuova “classe” di plastica e di gomma. Ancora oggi la più diffusa, peraltro. Per questo nel 1963 gli fu assegnato, insieme al tedesco Karl Ziegler, il premio Nobel per la chimica. A chi gli faceva i complimenti, era solito rispondere con insolito understatement: «Ho trovato solo il modo di mettere in fila le molecole come soldatini in parata»; e visto che le parole di uno scienziato spesso devono essere tradotte, significa che trovò il modo per rivoluzionare lo stile di vita del suo e del nostro secolo.
«Il professor Natta - che è il modo in cui l’ingegner Giuseppe Natta è solito chiamare suo padre - aveva una straordinaria capacità, derivata dal fatto di essere nello stesso tempo ingegnere e chimico. E cioè quella di unire sempre la speculazione teorica alla possibilità di utilizzo industriale. In questo senso fu un grande innovatore. Lui studiava un problema solo se sapeva che risolvendolo poteva realizzare qualcosa. Conoscere per costruire. La prima volta che intuì le caratteristiche del polipropilene e i suoi risvolti applicativi, disse: “Ma con questo materiale potrei persino realizzare un ponte sospeso leggerissimo per attraversare la valletta dei mulini!”, che era uno dei luoghi dove passò l’infanzia, nell’entroterra ligure, a Ceriana».
In Liguria Giulio Natta era nato nel 1903, a Porto Maurizio, oggi Imperia: lì fece i primi studi - «precocissimo: sua mamma lo mandò a scuola a tre anni» - a Genova finì il ginnasio, e nel ’24 - «mentre i suoi coetanei praticamente erano ancora al liceo» - prese la laurea al Regio Istituto Tecnico Superiore (oggi Politecnico) di Milano, dove era arrivato con la famiglia tre anni prima. «Abitavano in via Rugabella, e per soddisfare la sua grande passione per la chimica si costruì nel sottoscala un piccolo laboratorio con tutta l’attrezzatura necessaria alla sperimentazione. Ma non era uno “sgobbone”. Amava lo sport, partecipava alle feste studentesche, prendeva parte alla vita goliardica: coi suoi compagni inventò persino una gigantesca macchina per tagliare il brodo...».
Cioè una cosa complicatissima e inutile. Esattamente il contrario della filosofia dei Natta: fare cose semplici e pratiche. Come Ecodeco, l’azienda di Giussago attiva nel campo dello smaltimento dei rifiuti, produzione di energia e recupero dei prodotti di combustione di cui l’ingegner Giuseppe Natta - 64 anni, un understatement di ascendenza paterna e una capacità di essere innovatore nel proprio campo tanto quanto lo era il padre nel suo - è fondatore (nel 1977) e presidente. «La parola chiave è innovazione. Solo che in passato questa era innescata dalle scoperte scientifiche, come quella del professor Natta, mentre oggi dalla regolamentazione. Non sono più le idee, ma le leggi, a cambiare il mondo. Pensi ai rifiuti: una volta erano liberi, poi lo Stato improvvisamente dice che non lo sono più. A quel punto qualcuno pensa di cogliere l’occasione offerta dal cambiamento normativo per creare una nuova professione. Così è nata Ecodeco: conoscenze tecniche e senso pratico».
Così nacque anche il polipropilene. «Il professor Natta dopo la laurea rimase al Politecnico di Milano come assistente di Giuseppe Bruni. All’inizio si occupò dello studio di strutture chimiche mediante raggi X, in anni in cui acquistava importanza la diffrazione di raggi di elettroni per studiare la struttura di composti chimici. E per approfondire questa tecnica nel ’32, grazie a una borsa di studio, andò a Friburgo, dove entrò in contatto con il gruppo di lavoro di Hermann Staudinger che si occupava di macromolecole. Fu l’incontro della vita: da lì prendono il via le sue ricerche sui polimeri».
La carriera, intanto, andava per conto suo: libero docente in Chimica nel ’27, nel ’33 vince il concorso alla cattedra di Chimica Generale a Pavia, poi Chimica Fisica a Roma, quindi Torino e, dal ’38, definitivamente a Milano, dove sostituisce il suo vecchio professore Mario Giacomo Levi costretto dalle leggi razziali a lasciare l’insegnamento.
Da un parte il lavoro, dall’altra gli affetti. Qualche anno prima aveva sposato Rosita Beati, una laurea in Lettere, bei modi aristocratici, una dote spiccata per quelle che oggi si dicono pubbliche relazioni: «Lui era un uomo dotato di un intuito eccezionale, di fantasia accoppiata a rigore scientifico e capacità di realizzazione, ma nello stesso tempo timido, riservato e concentrato sul lavoro. Credo che non abbia mai neppure comprato una cravatta in vita sua. Era mamma che si occupava di tutto: lei che teneva i rapporti con il mondo esterno, che trasformò la nostra casa - allora vivevamo in via Pagano - in una sorta di salotto scientifico da dove passavano i collaboratori del Politecnico, i colleghi delle altre università, i professori stranieri... Fu lei a tessere quella rete di conoscenze senza le quali anche a fronte di straordinarie scoperte i grandi riconoscimenti faticano ad arrivare. Fu talmente brava in questo che giustamente alla fine il premio lo sentiva anche suo. A volte capitava che dicesse: “Ma Giulio, quando abbiamo preso il Nobel....?”».
Il Nobel lo presero nel ’63. E il modo in cui ci arrivarono, è una delle più grandi avventure della storia scientifica del secolo.
Scienziato con una profonda preparazione teorica e tecnico attento alle applicazioni pratiche delle scoperte fatte, il professor Natta tra gli anni Trenta e Quaranta si dedica agli studi sul metanolo, sulla formaldeide, sul butadiene. Poi, dopo la guerra, entra in contatto con il mondo industriale degli Stati Uniti dove lo sviluppo della petrolchimica sta trasformando radicalmente la chimica industriale. Natta capisce le nuove possibilità offerte dagli idrocarburi e inizia, su questi temi, una collaborazione con la Montecatini. Approfondisce gli studi sulle sintesi e le proprietà dei composti macromolecolari e nel ’52, dopo avere ascoltato un chimico organico tedesco, Karl Ziegler, tenere una conferenza sulla polimerizzazione dell’etilene, l’intuizione: utilizza il metodo elaborato dallo scienziato tedesco, lo applica al propilene, e nei laboratori dell’Istituto di Chimica Generale del Politecnico ottiene una nuova sostanza che può prendere sia la forma di materia plastica sia quella di filato sintetico. L’11 marzo del 1954, sulla sua agenda di laboratorio, con tutta la semplicità di cui è capace un genio, appunta: “Fatto il polipropilene”. Ne registra il brevetto, lo sviluppa industrialmente e nel gennaio del ’57 la Montecatini ne inizia lo sfruttamento commerciale. Dopo, si tratterà solo di ricevere il telegramma da Stoccolma.
«Lo accompagnai anch’io. Avevo vent’anni e mi ricordo una grande festa, una cerimonia di grande gusto, quasi un rito. Se lui era commosso? Non direi, era un uomo semplice, modesto ma anche molto sicuro delle sue capacità. La notizia del Nobel arrivò improvvisa, ma non inaspettata. La voce girava da tempo. Sa, l’ambiente scientifico alla fine era molto ristretto. Un po’ come la Milano di quell’epoca, gli anni Cinquanta, quelli del pre-boom: era un grande paese dove tutti si conoscevano. Un piccolo mondo - allora i chimici in città erano tre o quattro, non quattrocento come oggi - con i sui ritmi, le sue consuetudini. Proprio come le abitudini di mio padre: il lavoro diviso tra il laboratorio e il suo studio, le amiche di famiglia che giocavano a canasta, le cameriere che portavano i salatini e l’aperitivo, una parte di Campari due parti di Punt e Mes, la battute di caccia al seguito della mamma...».
Vecchie tradizioni di famiglia. Come l’unica passione extra-professionale del professor Natta: il rito della ricerca dei funghi, in montagna, a Champoluc. «Attività che mio padre svolgeva con lo stesso spirito competitivo della ricerca scientifica: divideva familiari e collaboratori in squadre e vinceva chi ne trovava di più... A pensarci quelle passeggiate all’aperto sono anche uno dei ricordi più belli che ho di lui. Le sue competenze naturali erano straordinarie: anche lì si capiva il suo spirito di osservazione, l’attenzione al mondo circostante...». È l’antico insegnamento dei filosofi greci, che erano prima di tutto scienziati: per trasformare il mondo, bisogna prima conoscerlo.