«Papà Mondadori, una vita da romanzo»

La figlia Cristina racconta vita e imprese del grande editore

Cristina è l’ultima figlia di Arnoldo Mondadori, ma quella con la memoria più lunga. Sulla dinastia, anni fa, ha scritto anche un libro, cosa che per un Mondadori, va da sé, è sacra. Dell’azienda sa tutto, anche se in azienda non ha mai lavorato. «Fin da piccola sognavo di fare il medico, ma mia madre era convinta non fosse un lavoro da donna. Le mogli troppo istruite rendono gli uomini infelici, mi diceva: se proprio devi, fai la maestra che è un lavoro sicuro, sennò è già abbastanza fare la mamma».
E così Cristina Mondadori Formenton per un po’ ha fatto la mamma, poi però ha ripreso gli studi - 1968 e dintorni: «Al Policlinico mi chiamavano Miliardon invece che Formenton, fu dura ma anche un periodo bellissimo» - e oggi ha una laurea in medicina, una specializzazione in psicoterapia infantile, quattro figli, sei nipoti, una meravigliosa casa dietro la Statale, una Fondazione a difesa dei bambini meno fortunati intitolata a Benedetta D’Intino - una nipotina morta troppo presto - e un giustificato orgoglio per il nome che indossa. Merito di Arnoldo Mondadori, l’uomo che inventò un modo diverso di fare cultura: moderna editoria industriale si chiama, cosa peraltro assai diversa da certa industria editoriale di oggi.  «Tutto partì da Ostiglia, paesino della Bassa mantovana dove papà nacque nel 1889. Famiglia poverissima: la nonna contava persino le candele che consumava per farlo leggere alla sera». Forse è per questo che smise di studiare dopo la quinta elementare. «Che era già tanto per un Mondadori: i suoi fratelli si erano fermati alla terza: già allora era l'intellettuale di famiglia... Dopo, iniziò a guadagnare servendo in una drogheria del paese. Per un periodo fece anche il venditore ambulante con carretto e cavallo... Poi a 17 anni entra in una cartoleria come tipografo: è lì, nel 1907, che nasce la "Sociale", quella che poi sarà la casa editrice Mondadori, stampando come prima cosa la rivista Luce».
E luce fu. Il giovanotto ci dà sotto con idee, torchio e inchiostro, e nel 1911 esce il primo libro: Aia Madama di Tomaso Monicelli - padre del futuro regista e amicissimo di Arnoldo, il quale ne sposerà da lì a poco la sorella Andreina - poi una collana per bambini, "La lampada" e quasi per magia già nel '12 la Mondadori è una società per azioni: durante la Grande guerra pubblica i giornali per le truppe al fronte, come La Tradotta, e nel 1919, per fare il salto, come si dice, la "casa" si trasferisce a Milano.
Grande città, grande editore. «Grande, papà, lo fu di certo. Se era più bravo a scegliere i libri da stampare o a far quadrare i bilanci? Entrambe le cose, ma forse più la seconda: "Con la cultura e basta non si fanno i soldi", ripeteva sempre. Per il resto, era dotato di un grande intuito. Certi libri gli bastava sfogliarli. Poi si informava sull'autore, faceva di tutto per conoscerlo, lo andava a trovare, gli diceva: io diventerò qualcuno, si fidi, lo faccia fare a me il suo libro. Cercava di conquistarlo, insomma». Di solito ci riusciva. Il fascino di Arnoldo Mondadori era tale che lo chiamavano incantabiss, incantatore di serpenti. «Aveva anche una bellissima voce. Da giovane addirittura doppiò i film muti nel cinema del paese. Quando parlava, incantava davvero, anche se non era un uomo di cultura e aveva origini modeste».
La cultura alla fine però se la fece, e la fece fare anche a tutti gli italiani; le origini umili invece se le tenne strette sino alle fine, senza mai rinnegarle. «Non se ne è mai vergognato, anzi. Se c'è una cosa che ha insegnato a tutti noi figli è stato proprio il rispetto della miseria. Ci avrà ripetuto mille volte: "Voi siete nati col sederino nel burro, io invece con il sederino nelle ortiche"».
Sarà per quello che si diede subito da fare. Finita la guerra, inizia l'avventura: continua a pubblica libri e riviste, poi nel 1929 il colpo di genio dei Gialli Mondadori - che significa migliaia di copie - nel '33, nonostante l'autarchia, esce sul mercato la collana Medusa dedicata alle opere degli scrittori stranieri, nel '35 l'accordo con Walt Disney che permette alla Mondadori di pubblicare Topolino & Co. e, passata un'altra guerra - «come tutti anche papà dovette fare i conti col fascismo, per il quale stampò anche molti libri. Ma non aderì mai all'ideologia, la sopportò per il bene dell'azienda. Quando si vestiva per andare in udienza dal Duce e si guardava allo specchio in orbace con me piccola che assistevo alla vestizione, sbottava: Che paiasada!» -, nuove collane, la fortunatissima "missione" Urania (anno fantascientifico 1952), l'invenzione del Club degli editori con il primo esempio di vendita dei libri per corrispondenza e, nel '65, il lancio della prima collana di tascabili nelle edicole: un'invenzione da Oscar.
«Il segreto di papà? Il saper coinvolgere i sui collaboratori, forse troppo. Mi ricordo da piccola, lui la domenica la passava a lavorare, io giocavo nello studio, sotto la sua scrivania, e lo sentivo telefonare: "Mi scusi se disturbo, ma volevo chiederle se... ". Lui viveva per il suo lavoro: l'azienda, l'azienda, non parlava che dell'azienda: è stata la prima parola che gli ho sentito dire da bambina e ne parlava così tanto che per anni ho pensato fosse una persona di famiglia».
Tanto importante che diventò la più importante. Quando nel '69 Bob Noorda ne ridisegna il logo, la Mondadori è già la più grande casa editrice italiana, e il gruppo che Arnoldo lascia in eredità ai figli - nel 1971 - uno dei maggiori nel campo dei media: quotidiani, riviste, televisioni...
Dalla modulistica ai libri di scuola, da Topolino a Dos Passos, Arnoldo Mondadori stampò di tutto. La sua avventura di editore la fece a passi da giganti, ma curiosamente mai facendone uno più lungo della gamba. «Era una sorta di imperativo morale per papà: mai esagerare, mai un azzardo, mai sprecare. Era un uomo di rigore, in tutto. Sul lavoro prima di prendere una decisione ci rifletteva a lungo. Bisognava fare ogni cosa con attenzione, e con parsimonia». Anche il divertimento. «Mai fatto vita mondana. A parte il martedì sera al Rotary, niente vita di società. In compenso, avevamo scrittori per casa da colazione a cena. A Milano piuttosto che nella villa di Meina, me li ricordo tutti: D'Annunzio che chiedeva sempre anticipi a papà, le bevute mattutine di Hemingway, capace di stare da noi anche venti giorni di fila, Thomas Mann così riservato, e poi Quasimodo, Montale, Soldati, Piovene. Si può dire che la letteratura italiana di mezzo Novecento è passata da casa nostra, in piazza Duse, casa rigorosamente in affitto, perché papà non ha mai investito una lira fuori dall'azienda».
In compenso investì molto negli affetti: famiglia e città. «Le dico solo questo: Milano l'amava così tanto che mentre tutti i suoi fratelli si facevano costruire una cappella nel cimitero di Ostiglia, da dove venivano tutti i Mondadori, lui se la fece fare al Monumentale, perché voleva stare in mezzo ai milanesi. Anche se all'ultimo momento si fece cambiare la tomba, perché il posto che gli avevano destinato era vicino a un cavaliere del lavoro che da vivo gli aveva rotto l'anima per anni... ».
Ironico, vitale, autoritario quando era il caso («ascoltava tutti, ma le decisioni importanti le prendeva da solo»), lavoratore instancabile («se gli capitava di uscire la domenica, il massimo era andare a fare un giro per librerie per vedere come erano posizionati i volumi Mondadori»), parsimonioso abbondantemente oltre il limite («alla domenica sera portava tutta la famiglia a cena al Biffi Scala. Però, se era periodo di tartufi, si potevano ordinarli a turno: una domenica i maschi, la domenica successiva le femmine»), sempre sul piede di guerra («si figuri che all'edicola si faceva dare i giornali degli altri editori per vedere cosa avevano fatto, e poi li restituiva per non dare i soldi alla concorrenza»), Arnoldo Mondadori aveva pochi hobby («l'opera, i quadri dell'impressionismo italiano»), un motto che era una regola di vita («Ofelè fa il tò mestè, ognuno deve fare il suo lavoro: quando vedeva Rizzoli che si metteva a produrre film papà diceva: non lo capisco») e un miracoloso ottimismo: «Una qualità che non perse mai, anche nei momenti più difficili, anche quando durante la guerra fu costretto a scappare in Svizzera. Ripeteva sempre "quello che è stato non importa, dopotutto domani è un altro giorno"». Una frase che amava così tanto che - difficile sia un caso - appena la lesse in un romanzo, decise subito di stamparlo: Via col vento. Prima edizione Mondadori, 1937.