Paradossi e bugie

Il libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Il Liberismo è di sinistra (Il Saggiatore), è un brutto libro. Val la pena parlarne perché contiene una pericolosa fandonia che rischia di diffondersi. Si tratta di una rimasticatura degli apprezzabili interventi giornalistici dei due studiosi. La coppia di professori si lucida l’ego inventandosi un paradosso: sintetizzato appunto nel titolo. Non dicono, alla maniera dell’Avvocato, che solo la sinistra è in grado di realizzare riforme di destra. No, sostengono una cosa diversa: i liberisti sono di sinistra. È una balla, che rischia di confondere le idee.
La personalità più citata nel libro è la signora Thatcher. Ora, si può anche stabilire che Giulio Cesare fosse un iscritto al Partito democratico, ma definire la Signora di sinistra, appare esagerato. In un passo, assolutamente condivisibile del testo, leggiamo: «Si continuano a proteggere le rendite dei tassisti limitando le licenze e impedendo agli studenti universitari di lavorare qualche ora al giorno guidando il taxi alla sera, o nelle giornate in cui la domanda è più elevata. Lo stesso accade nei supermercati, che non possono assumere ragazzi come cassieri per qualche ora al giorno, pagandoli meno dei dipendenti regolari». E questo sarebbe un manifesto sottoscrivibile dalla sinistra? Forse David Friedman (il figlio anarcocapitalista di Milton) e noi con Lui sottoscriviamo, ma viene da dubitare che financo un riformista della nostra sinistra possa accettare i cassieri à la carte. Ma insomma c’è un limite, non al liberismo che amiamo, ma al «liberismo delle cazzate». Ma come viene in mente a due professori universitari di spacciare queste ricette come una proposta di sinistra. Ben sappiamo con Alesina e Giavazzi (nella foto), e prima di loro con Smith, Hayek, Friedman ed Einaudi, che le libertà economiche sono contenuto delle libertà tout court e ben sappiamo che la tutela dei più deboli non si ottiene con uno Stato etico e onnipresente. Ma insomma sono almeno cinquanta anni che la sinistra ha fondato la sua esistenza sul rigetto proprio di questi principi. Poco conta che la destra italiana, quella più legata alle eredità corporative del fascismo, sia altrettanto anti-liberista. E poco conta che i governi Berlusconi abbiano talvolta colpevolmente ceduto alla droga facile dello statalismo. Resta il fatto che la cultura di sinistra sia ontologicamente non liberista.
Ma continuiamo nell’excursus. La riforma delle pensioni che i professori auspicano è quella del fully funded e cioè «il lavoratore gestisce i suoi risparmi investendoli liberamente». Chiaro il concetto? Nessuna pensione pubblica: il sistema ricalca quello realizzato con successo nel 1980 dai Chicago boys e José Pinera nel Cile di Pinochet. E che in effetti ha risolto la tenuta del loro sistema pensionistico. Fino ad ora sulle riforme liberiste di quegli anni in Cile se ne sono sentite di tutti i colori; non certo di essere di sinistra. Pensare che il magico trio Panatta-Barazzutti-Bertolucci ancora paga lo strappo con la sinistra per essersi presentato alla finale della Davis in Cile.
I due prof scrivono che proprio questo governo liberalizzando i farmaci ha aperto il mercato alla concorrenza. E su questo si deve concordare: la manovra, per chi scrive, è sacrosanta e per di più è stata messa in atto da un ministro di sinistra. Ma poi i nostri si dimenticano delle operazioni populistiche fatte a corredo della liberalizzazione dei farmaci con il medesimo provvedimento e che hanno compromesso la libertà di iniziativa privata: un totem dei liberisti. È il caso, ad esempio, dell’atto di imperio con il quale un decreto governativo ha cancellato una forma (odiosa certamente) di tariffazione dei cellulari: un intervento dirigista sui prezzi. Chissà se Alesina, a Cambridge, ha sentito di questa mossa del nostro governo: certamente di sinistra, molto populista, ma decisamente poco liberista. Si tratta di una piccola scivolata. Il libro resta un paradosso, ma non solo nel titolo. È il disperato tentativo di costringere nell’angusta scatoletta della sinistra la strumentazione complessa dei liberisti.
Viene da pensare che il coraggio, la forza di intraprendere, la competitività, la meritocrazia, l’individualismo che sono i principi fondanti della pratica liberale, siano stati consigliati e riservati a tutti gli italiani, con la sola esclusione degli autori del testo. Per Alesina e Giavazzi nessuna competizione, è più semplice accucciarsi nella casetta comoda e calduccia della sinistra. Hanno capito l’opportunità di sottomettere le idee ancora rivoluzionarie dei liberisti al giogo del politicamente corretto. La sinistra d’ora in poi non solo sarà liberale, ma anche liberista. Il libro è pessimo, ma è molto furbo. Avrà un certo successo. D’altronde se Fassino e Veltroni nei loro interventi scomodano Einaudi, c’era da aspettarselo che due liberisti doc utilizzassero il pannicello caldo della sinistra.
Nicola Porro