Al parco del Ticino controlli anti-aviaria su tutti i migratori

Test al via la prossima settimana. Gli esperti: nessun pericolo per l’uomo. Ma c’è chi spara ai piccioni

Giovanni Buzzatti

Al «cra-cra» lo sguardo scatta verso il cielo. È da lì che arriva il pericolo, pensa forse il signore fermo davanti alla chiesa di Pontevecchio di Magenta, nel cuore del parco del Ticino. C’è chi ha chiamato l’«ambulatorio» per gli uccelli feriti. «Ho i piccioni davanti casa, è meglio se li uccido, vero?» si sono sentiti chiedere i volontari. «Qualcuno avrà già giustiziato il canarino in gabbia» sospirano.
Sopra il Parco del Ticino, pochi chilometri a ovest di Milano, dalla prossima settimana a metà maggio voleranno migliaia di uccelli migratori. Qualcuno, dopo una sosta, ripartirà verso nord o verso sud, altri faranno il nido. E su tutti scatteranno i controlli anti-aviaria: «Raccoglieremo feci e sangue che poi saranno analizzate dalla facoltà di Veterinaria della Statale e dall’Asl - spiega Dario Furlanetto, direttore del Parco -. I test vengono compiuti ogni anno per studiare il comportamento delle specie, stavolta cominceranno prima (dalla prossima settimana) e li faremo con ancor maggiore attenzione. Controlleremo duemila uccelli, centinaia più, centinaia meno. Se ci saranno casi di aviaria? Possibile, è successo in passato, il virus esiste da anni e in Lombardia ha già portato all’abbattimento di diversi animali. Stavolta la forma è più pericolosa, ma non ha senso avere paura: il passaggio all’uomo avviene in condizioni estreme, nessuno da noi dorme con i polli o beve il sangue di oca!».
Tranquillo è anche chi raccoglie e cura ogni giorno gli animali feriti. Veronica Burresi, camice bianco, esce dall’ambulatorio, una casetta gialla circondata dai campi. «La mascherina? Non ho paura» racconta la direttrice del centro gestito dalla Lipu, la Lega protezione uccelli. «Se arriveranno anche qui, come in Meridione, i cigni malati? No, quella è stata una migrazione da est a ovest, le specie che passano nel parco del Ticino si muovono invece da nord a sud e viceversa - racconta Massimo Soldarini, responsabile regionale dell’associazione -. Si spostano seguendo una specie di bussola interna, prendono come riferimento stelle e luna, si infilano nei corridoi naturali, dove è meno difficoltoso passare». Sul tavolo c’è un fax dell’Asl che segnala una ventina di specie a rischio aviaria, dalle anatre («vivono in comunità, per questo sono più esposte alla diffusione del virus») a gabbiani, aironi, germani reali. Troveranno le rondini in arrivo dall’Africa che si fermeranno nel parco a fare i nidi, oltre a tordi e fringuelli che risaliranno verso nord, dopo aver svernato in pianura. Tutti saranno catturati con reti e gabbie, verrà applicato alle zampe un anello per seguirne le «rotte». I veterinari, poi, raccoglieranno i campioni di feci e sangue. Una forma di prevenzione, spiegano i due esperti. «L’aviaria tra gli animali selvatici esiste da tempo, gli unici rischi riguardano il passaggio agli allevamenti, dove l’uomo ha concentrato tanti animali in poco spazio. Il virus si prende venendo a contatto con le feci di un animale malato, a nessuna persona comune può capitare. Dovesse ammalarsi un pollo di allevamento, basta cuocerlo, il virus viene sconfitto dal calore», spiegano. «Ma è un problema che non esiste! - interviene Furlanetto -. Se il pollo è malato muore prima, o comunque non esce dall’allevamento».