A Parigi il sì in rimonta Giscard avverte: se vince il no si rivota

I contrari sarebbero scesi al 52%. Il Parlamento tedesco ratifica la Costituzione. Intanto la Ue prepara un summit di emergenza a giugno

Alberto Pasolini Zanelli

da Parigi

L’ultima giornata della campagna elettorale doveva essere per i francesi, come da galateo, dedicata alla «riflessione», il momento più pacato prima del voto. E invece le ultime ore si sono accese come in una girandola e i toni non sono mai stati così alti, soprattutto nel senso di rumorosi. E il risultato, di conseguenza, è tornato ad essere in forse, a causa di una massiccia offensiva finale del fronte del «sì» e della rabbia che esso ha provocato nella variopinta assemblea dei «no».
Ci si sono messi un po’ tutti, ma ad accendere le polveri davvero è stato Valery Giscard d’Estaing, un uomo del passato mai estremamente popolare ma che proprio la nuova Costituzione europea ha riportato d’attualità, dal momento che la prima firma in calce al documento è la sua e lui ha diretto e influenzato dibattiti e compromessi. E Giscard ha parlato poche ore dopo Chirac, con la consueta differenza di toni oltre che di argomentazioni. Il presidente in carica aveva fatto un appello razionale e patriottico a un tempo, rivendicando un’Europa alla francese come formula dell’avvenire e, intanto, un baluardo contro un «liberalismo senza freni» e, senza citarlo, il dominio mondiale dell’America di Bush. Aveva, insomma, strizzato l’occhio a sinistra.
Il suo predecessore ha colpito dall’altra direzione, parlando da europeo di Francia più che da francese d’Europa. Ha scelto per pulpito Berlino, pochi minuti dopo che il Bundesrat, dominato dall’opposizione di centrodestra, aveva ratificato quasi all’unanimità la Costituzione europea già sancita dal Bundestag, ancora a maggioranza socialdemocratica. E ha fatto un discorso nuovo, che taluno può aver trovato sconcertante: se la Francia domani voterà «no», la conseguenza sarà che dovrà essere chiamata di nuovo alle urne, eventualmente assieme ad altri Paesi europei, perché il «sì» è destinato comunque a prevalere su scala continentale. «È la sola soluzione se ci troveremo totalmente minoritari nel sistema. La Germania ha ratificato la Costituzione e così hanno già fatto altri otto Paesi. Spero con tutto il mio cuore che la Francia faccia lo stesso nelle prossime ore. Ma in ogni caso il lavoro non potrà ricominciare da capo, non potrà fermare le procedure degli altri. Alla conclusione del processo, entro l’ottobre 2006, si tireranno le somme e se qualcuno avrà detto di “no”, toccherà a lui essere interpellato di nuovo».
Una «profezia» che ha riscaldato gli animi; in Francia e nel resto d’Europa. Giscard aveva appena finito di parlare quando da Bruxelles è arrivata la conferma da parte di un portavoce dell’Ue: «È chiaro che tutti i governi e tutte le istituzioni rimangono unite nel desiderio che la Costituzione entri in vigore». Il «fronte del no» ha reagito con furia, guidato dai «dissidenti» dei due maggiori partiti. Il socialista Laurent Fabius, ha dichiarato addirittura in pericolo «la volontà del popolo francese». L’ex ministro dell’Interno Charles Pasqua, presidente del gruppo gollista dissidente Rpf, si è spinto fino a denunciare una «negazione del suffragio universale» ed ha aggiunto, con acerbo sarcasmo, i suoi ringraziamenti a Giscard d’Estaing, «perché le sue parole portano acqua al nostro mulino». Stessi toni da parte dell’estrema destra di Le Pen e, naturalmente, del Partito comunista il cui leader Marie-George Buffet ha chiuso la campagna per il «no» dividendo il podio con l’ex segretario della Spd tedesca Oskar Lafontaine, appena passato all’estrema sinistra per sfidare il Cancelliere Schröder.
Ma è il «fronte del sì» a disporre in Europa dei «cannoni» più grossi. Schröder era in quelle ore a Tolosa in un comizio assieme a Dominique Strauss-Kahn, ministro del governo Jospin e possibile candidato della sinistra alla corsa per l’Eliseo nel 2007. E il rivale numero uno del Cancelliere, il primo ministro cristiano-sociale bavarese Edmund Stoiber, ha espresso pieno appoggio per gli argomenti di Giscard. È dall’intero spettro politico europeo che vengono consigli del genere. L’«enfant prodige» della sinistra continentale, Josè Luis Zapatero, è comparso in un’altra manifestazione elettorale a Lille.
Rimane da vedersi, naturalmente, se ci saranno elettori che si lasciano convincere a cambiare idea nelle ore conclusive, e quanti. Essendo i sondaggi vietati in Francia in questi due giorni, le indicazioni vengono da due rilevazioni pubblicate fuori Francia: una dà il no al 56%, ma l’altra rivela come l’intervento di Chirac abbia invertito la tendenza verso il «no» ma in misura per ora non sufficiente a rimontare il distacco. Dal 55 per cento gli elettori orientati verso il «no» sarebbero scesi al 52 per cento. Un altro passo e sarebbe la parità. Una situazione non nuova nei referendum in Francia, che hanno spesso registrato mutamenti di umore all’ultimo istante e sorprese anche grosse. Come quella del 1969, allorché Charles De Gaulle giocò l’ultima carta plebiscitaria, su un argomento apparentemente «astruso» come quello di domani; e perse la scommessa, il che lo obbligò moralmente a dimettersi.