Parole di piombo

A molti è sembrata esagerata l’etichetta di «terrorista» che l’Osservatore Romano ha affibbiato al Carneade Andrea Rivera, o quantomeno al contenuto del suo demagogico e sconnesso discorso pronunciato dal palco di piazza San Giovanni, allestito per la festa del primo maggio. Anche a noi il termine utilizzato dal quotidiano della Santa Sede è parso fin troppo importante: più che un terrorista, questo Rivera ci è parso solo uno che non sa quel che dice.
Tuttavia, dicendo che certi discorsi spesso sono parenti stretti di gesti violenti, l’Osservatore Romano ha toccato un nervo scoperto. Specie noi italiani, abbiamo una lunga esperienza di quanto le parole pesino come le pietre. Abbiamo memoria - o almeno dovremmo averne - di quanti danni fecero negli anni Settanta quei cosiddetti cattivi maestri che se ne guardarono bene dall’impugnare le armi - troppo pericoloso - ma che aizzarono i più scalmanati a farlo.
Non è tanto lo strimpellaro Rivera a preoccupare, infatti, quanto ben altre voci, considerate anche autorevoli perché di politici o intellettuali, di uomini di lettere o di spettacolo; persone che da tempo seminano rancori, predicano odio, dipingono l’avversario politico o ideologico come la quintessenza di ogni male.
Non è il caso di ricordare quanto e cosa è stato scritto e detto, da una dozzina di anni a questa parte, su Silvio Berlusconi. Basta ricordare che il nostro è un Paese talmente singolare che una riforma del lavoro - anche se concepita da uomini di sinistra moderata - è considerata come il via libera al precariato; e ogni giuslavorista che metta mano a quella materia è considerato un nemico dei lavoratori. Troppi slogan, troppo livore urlato nelle piazze e sui giornali. Sembra restare lì, quell’odio: ma poi c’è sempre qualcuno che lo raccoglie e pensa di passare alle vie di fatto. D’Antona e Biagi li hanno ammazzati negli anni scorsi, non in quelli di piombo, considerati tanto lontani e irripetibili.
Allo stesso modo - visto che siamo partiti dagli attacchi al Papa, e implicitamente anche dalle pallottole spedite a monsignor Bagnasco - bisogna riflettere sul clima che si è creato attorno alla Chiesa cattolica. Un conto è criticare la Chiesa; un conto è difendere la propria libertà nel dissentire. Altro, e ben diverso conto, è sostenere che la Chiesa attenta alla nostra libertà; che non deve intervenire; che le sue sono indebite ingerenze; insomma che deve tacere. Questa pretesa corrisponde all’eliminazione dell’avversario; certo non fisica, nelle intenzioni di chi pronuncia certi discorsi. Ma così come c’è qualche estremista che con i D’Antona e i Biagi ha deciso di «farsi giustizia» da sé (naturalmente in nome degli oppressi), qualcun altro potrebbe decidere che l’unico modo per silenziare Bagnasco - o chi per lui - sia quello di usare il silenziatore. Non pensate che sia fantasia: chi ha deciso di far scortare l’arcivescovo di Genova addirittura quando dice messa, evidentemente ha raccolto più di un segnale preoccupante.
Non bastano le parole di circostanza del presidente Napolitano. Tantomeno servono i non chiarissimi discorsi di Prodi, che ieri - invitando «tutti» ad abbassare i toni - ha perso una buona occasione per fare distinzione tra i Rivera e i Bagnasco.
È davvero brutto, il clima, se anche un cattolico di sinistra come Savino Pezzotta viene insultato perché si fa portavoce della difesa della famiglia, e viene chiamato «oscurantista» da una rivista chic come Micromega. È davvero brutto, se un ministro della Repubblica stravolge il senso di un discorso del presidente della Cei facendo credere che abbia equiparato Dico e pedofilia, additando così chi (non) ha pronunciato quel discorso al pubblico disprezzo. E, indirettamente, facendone un obiettivo dei nuovi estremisti.
Ecco perché l’allarme sul «terrorismo delle parole» non va liquidato come una caduta di stile dell’Osservatore Romano: è un allarme che scuote, o almeno dovrebbe scuotere, le coscienze di molti protagonisti della vita politica e giornalistica del Paese. Gente ben più importante di un riccioluto menestrello trasteverino, subito scaricato da quei sindacati che gli avevano incautamente dato la parola.
Michele Brambilla