La parrocchia dei superlaicisti che fa concorrenza alla Chiesa

Parlare del Papa, di questi tempi, è faticoso. Il treno da Reggio Emilia arriva in ritardo. La ragazza lavora in una casa editrice che pubblica roba buona di filosofia della scienza. Di solito, lei, è intelligente. Questa volta no, non è la giornata giusta. La colpa sembra sia di Ratzinger e di qualcosa che ha a che fare con il battesimo degli animali. È da mezz’ora che va avanti con questa storia. «Hai sentito il Papa?». «No, di solito non chiama». «Il Papa ha detto che gli animali non vanno in paradiso». «E allora? Tu non credi nel paradiso». «Non è questo. Sta riportando la Chiesa al Medioevo». «Ma gli animali non hanno l’anima. Mica parlava degli indios, parlava di cani, gatti, pappagalli, mucche».

La ragazza è stizzita, immusonita e quando questo accade di solito sragiona. «Ratzinger non ama gli animali». «Non è vero. Ha anche un gatto». «Ma non lo capisce».
A questo punto è meglio chiudere la conversazione, ma il sospetto che la storia, qui, stia diventando grottesca e paradossale è quasi una certezza. Sarà colpa dell’aborto, delle famiglie gay, dell’eutanasia, del sesso, dell’Aids, dei preservativi e degli embrioni vivi e morti, ma il vecchio spirito laico si sta rintanando nel fondamentalismo laicista. Mimmo Lombezzi, grande autore televisivo, su un blog laicista racconta l’invasione degli ultracorpi. «I Ratzy-boys stanno già conquistando tutti i salotti e i posti di comando in tv, proponendo dibattiti e programmi sui valori. È per questo che sto scrivendo una fiction a basso costo su Torquemada. Diario di un inquisitore. Penso di proporla a Gori, ma ho anche contattato Endemol».

Il dubbio è che i profeti del pensiero debole, in fondo in fondo, abbiano nostalgia di una bella ideologia forte, qualcosa di messianico e pesante come il marxismo. E forse hanno bisogno di un nemico. Ratzinger in questo è perfetto. Molto meglio lui di Wojtyla, che con quel talento istrionico da attore e con il carisma della sofferenza umana era spiazzante. Un saggio di Richard Dawkins, un biologo di Oxford, può essere considerato la bibbia dei «laici fondamentalisti». Il titolo è The God Delusion. È la corrente di pensiero di chi condanna non solo la fede in un Dio, ma anche la tolleranza nei confronti di chi ha un credo religioso. Il sogno è questo: «La ragione riuscirà a soggiogare la superstizione, l’intelligenza avrà la meglio sulle illusioni e saremo in grado di tenere a bada la demoniaca tentazione della fede».

La fortuna è che non tutti sono come Dawkins. Neppure Piergiorgio Odifreddi, che pure indossa il vestito laicista come bandiera, come identità forte, come religione della ragione, si spinge fino alle tesi di Oxford. Il radicalismo laico italiano si limita a difendere alcune roccaforti del Novecento. Non vuole riaprire il discorso su alcune questioni umane, molto umane. Non vuole ridiscutere alcune leggi che hanno a che fare con la vita e con la morte. Basta leggere la «messa laica» di Eugenio Scalfari o le profezie sul medioevo prossimo venturo di Roberto Vacca.

E, soprattutto, tutti sono stanchi di sentire le prediche di Ratzinger sul relativismo. Gian Enrico Rusconi, filosofo della politica, rivendica con chiarezza questo punto: «Essere laici (come tutti zelantemente dicono di essere) significa non proiettare la propria identità su quella degli altri ma accettarle tutte - e saperle governare saggiamente. È un compito difficile, naturalmente. I clericali sono maestri nell’approfittare delle divisioni interne. La questione laica potrebbe esplodere in modo incontrollabile e distruttivo più di quanto non si sospetti».

I laicisti vedono la Chiesa come un nemico ingombrante, che parla troppo di etica e politica, e mette fuori il naso dalle sagrestie. La Chiesa va bene quando raccoglie i suoi fedeli in preghiera, balla e canta con i Papa boys e regala un po’ di cristianesimo new age a questo mondo senza identità. Se la Chiesa fa la Chiesa, e predica, e difende, con in mano il Vangelo, la vita, la fede, Dio, l’uomo, la liturgia e anche un paio di millenni di storia, allora è in fuorigioco. Invade. Si occupa di cose terrene. L’errore del Papa teologo è voler ridefinire i confini del cattolicesimo. Si chiama identità e, forse, arriva dopo una lunga crisi. Benedetto XVI è la Chiesa che parla alla Chiesa. E questo gli crea turbolenze diplomatiche. È un Papa scorretto, anche politicamente.

La disfida della Sapienza è il fotogramma di questa resistenza laicista. Ratzinger è stato invitato dal rettore a tenere una «Lectio magistralis». Un gruppo di docenti di fisica scrive una lettera per dire che non lo vogliono. La colpa del Pontefice è aver citato in un testo del 1990 una provocazione del filosofo laico e ribelle Paul Feyerabend su Galileo. L’accusa è oscurantismo. È tutto assurdo. Feyerabend è un filosofo della scienza quasi rivoluzionario. Il Papa in fondo può citare chi vuole e mettere il filo spinato negli atenei è un calcio al ventre di Voltaire.

«Ogni posizione non laica - scriveva Pierluigi Battista, parlando dei saggi di Viano e Teodori - viene vista come il parto di un complotto di tonache e gli avversari politici sono dipinti come schiavi di un’indecorosa libidine di genuflessione». Come si è arrivati a tutto questo? Come si è arrivati a istituire a Venezia un premio per il miglior film laico? E la giuria è l’Unione dei laici e degli agnostici razionalisti. Ecco. Siamo circondati. I cattolici ritrovano l’identità, gli islamici minacciano l’Occidente, i super laici venerano la dea ragione. Viene voglia di rimpiangere gli austeri cappotti di Malagodi.