Paura, nostalgia e amore in «Milano 70 allora»

Divertente e riflessiva la pièce di Walter Leonardi sugli «anni della contestazione». Dal palco tre racconti e due canzoni

Matteo Failla

Si possono ricordare gli anni Settanta con flebile nostalgia, come periodo di grandi mutamenti, come decennio di transizione verso un mondo che sarebbe radicalmente cambiato; oppure si possono rivivere con gli occhi appassionati di un attore che allora era solo un ragazzino, e che ora rivede quel periodo con paura, a causa della violenza dilagante, ma anche con amore, grazie al ricordo di quel primo incancellabile amore. Quel non più ragazzino si chiama Walter Leonardi, e la sua Milano degli anni Settanta andrà in scena sul palco del Teatro Verdi, fino al 12 febbraio, nello spettacolo Milano 70 allora, in un accumularsi di materiali, parole e canzoni.
Perché gli anni Settanta?
«Io e Paolo Trotti (co-autore) siamo andati a cercare le nostre origini culturali – risponde Walter Leonardi – considerando che quelli sono stati i primi veri anni della nostra vita: io ho avuto dai 4 ai 14 anni».
Com’era la Milano di quegli anni, vista con gli occhi di un ragazzino?
«La spina dorsale dei ricordi è la paura, ma anche il grigio, il freddo, la nebbia. Mi viene in mente l’ansia di dover andare a scuola e poter essere picchiato, ma soprattutto l’agitazione del mondo dei grandi; la tensione di mia madre e di mio padre per la violenza del periodo, spesso portata all’eccesso anche dai media che alimentavano il clima del terrore. Mia madre era una casalinga molto preoccupata, come del resto lo è ora che ha ottanta anni».
Se tu fossi stato adulto in quegli anni?
«Se fossi stato un trentenne sarei stato un giullare della corte della contestazione, avrei vissuto quel periodo in modo molto esasperato. Negli anni Ottanta ho sperimentato con passione tutti i movimenti che si sono sviluppati».
E come viene analizzato questo periodo in Milano 70 allora?
«Ci sono tre racconti ma anche tre letture e due canzoni. Dei tre racconti uno è dedicato alla paura, uno all’amore e uno alla contestazione politica. Il mio ricordo più forte è legato alla paura, come ho già spiegato, ma anche a quell’amore per una mia compagna di classe che rispecchiava bene quegli anni dove tutto era veloce: aveva sei anni ma era già adulta, era un’estremista femminista. Un giorno le chiesi “vuoi diventare la mia ragazza” e lei mi rispose “Cosa? Io sono mia”. Non dimentichiamo che questo è comunque uno spettacolo comico; io lo definisco “comico pop”, ovvero con importanti contenuti ma, nella forma, rivolto a tutti».
Come vedi invece la Milano del primo decennio del 2000?
«Si è creata una spaccatura tra la Milano “centro culturale” e la vera Milano culturale. Sono due città che non si guardano più. La città del business ha messo a margine la Milano culturale, che sta diventando sempre più sottoculturale».