Pd e Prc a orologeria

Il Partito democratico è stato il grande assente delle amministrative siciliane. Aveva il suo vecchio e sperimentato simbolo, l’Ulivo, ma non si è messo alla prova, nonostante la coincidenza tra i congressi di Ds e Margherita e l’appuntamento elettorale. I due partiti hanno preferito continuare a correre da soli, a misurare ciascuno il proprio peso. Se ne capiscono le ragioni. Un flop in partenza - anche se in quello che viene considerato «territorio nemico» - sarebbe stato catastrofico, un fattore di tensione destinato ad aggiungersi alla vertenza sui Dico e a tutto il contenzioso aperto. Meglio dunque un rinvio, meglio una facile discussione sul senso delle liste della «società civile», meglio anche sorvolare sui risultati contrastanti che Fassino e Rutelli hanno ottenuto, bene in qualche città come a Palermo, male altrove come a Ragusa. Meglio confidare in una possibile consolazione fra quindici giorni, nel Nord e nel Centro Italia.
Ma, soprattutto, meglio lasciare l’onere della sconfitta a Rifondazione, l’unica ad avvertire esplicitamente un significato nazionale del test e a scaricare sugli annunci di Padoa-Schioppa gli insuccessi propri e della coalizione. In realtà, oggi è il partito guidato da Franco Giordano l’epicentro della fibrillazione, il soggetto che non riesce a trovare un punto di equilibrio tra la responsabilità di governo e le attese di un elettorato che resta antagonista e che sente di smarrire il senso del proprio ruolo.
Eppure la crisi dell’Unione continua ad essere concentrata lungo entrambe le frontiere. Da un lato c’è l’impresa bertinottiana che sente di perdere la propria egemonia, nonostante la rottura degli argini di sinistra dei Ds, dall’altra parte c’è l’incertezza della strada verso il Partito democratico, lungo la quale nessuno può tornare indietro, ma che è resa sempre più difficile dagli ostacoli rappresentati da visioni e valori diversi e dalla farraginosità delle tecniche di aggregazione. E i risultati non sono stati buoni né per gli uni né per gli altri, come del resto era già successo qualche mese fa nel test elettorale regionale del Molise.
L’assenza del Pd dice, comunque, qualcosa in più. Smentisce in primo luogo il teorema secondo il quale c’è una forte spinta dal basso a cui non corrisponde un adeguato impegno delle élites. Le amministrative sono, per definizione, il «basso» e la frammentazione delle sigle e delle candidature continua a non conoscere argini. Paradossalmente appare più accentuata nel centrosinistra che nel centrodestra, che pur si presenta dichiaratamente come «due opposizioni».
Ma l’assenza del Pd indica soprattutto che, nella maggioranza, continua a mancare una forza di aggregazione. Non si è rivelata quella svolta annunciata con tanta enfasi nelle assemblee del Pala Mandela e di Cinecittà. Questo segnale, anche se è sempre più difficile trasferire sul piano nazionale il senso del voto amministrativo, è però rivelatore della condizione di disagio della maggioranza che governa. Conferma che alla frammentazione non è stato posto un argine. Dice che anche dove c’era un candidato sulla carta destinato ad unire la sinistra, parlo di Orlando, non solo il risultato è stato inferiore alle attese, non solo l’insuccesso ha aperto tante recriminazioni sul «vecchio che avanza», ma soprattutto si è scommesso su un simbolo che è considerato l’opposto della vocazione del Partito democratico.
Fra due settimane il quadro sarà più completo. È inutile, al momento, aspettarsi reazioni in una classe dirigente come quella dell’Unione, a cominciare da Romano Prodi, che ha assunto le sembianze della Sfinge. I risultati delle amministrative, nella storia italiana, sono mine a orologeria. Si può solo vedere che cominciano ad essere innescate quelle del nascituro Pd e di Rifondazione.
Renzo Foa