Il Pd stia in guardia. Di Pietro vuole solo un clima di odio

Anche di fronte al terremoto dell’Aquila Berlusconi ha dato alla risposta delle istituzioni il suo volto. E ciò vuol dire caricarsi della responsabilità innanzi a un fatto che verso tutto il paese mostra la sua eccezionale gravità. Egli lo ha fatto assumendo su di sé lo sgomento e il dolore del popolo aquilano, ha assunto di fronte alle bare dei morti che avevano conosciuto l’angoscia di morire sepolti vivi l’impegno a ridare alla città il suo vivere civile, il ritorno a ciò che era così drammaticamente perduto. E gli aquilani hanno inserito il presidente del Consiglio nella loro comunità sofferente, hanno accettato il suo impegno di persona che lega il leader politico alla sua e alla loro condizione umana. Berlusconi ha gestito la crisi dell’Aquila con un atto di comunione. Ma nelle epoche drammatiche le democrazie esprimono uomini di comunione.

L’esempio più visibile è quello di Barack Obama, il cui messaggio va oltre lo Stato e si presenta con un conforto e una consolazione per gente che ha perso la normalità del vivere in forma diversa dai terremotati, ma con una radicalità inattesa. Il «populismo» del dolore non è populismo, rappresenta un impulso alla vita e alla libertà, una motivazione ad affrontare insieme le sfide che pesano sulla propria realtà personale. Si risponde a queste sfide con un senso della comunità ben lontano dall’individualismo che oggi domina la cultura europea e internazionale e non ha parole per la famiglia e per i fondamenti dell’etica. I diritti civili suppongono l’individuo, i doveri civili suppongono la comunità. Non a caso la cultura radicale che è oggi dominante in Europa, ma che in Italia ha avuto un leader significativo come Marco Pannella, esprime il linguaggio dei diritti ma non ha parole per la comunità e per i doveri.

Berlusconi ha evocato il senso della comunità, della comunità che si chiama Italia e lo ha fatto fin dall’inizio del suo impegno politico. Ed è questa comunità che si stringe attorno ai paesi feriti come è accaduto nelle varie scosse telluriche che hanno punteggiato la storia della Repubblica. Qui opera l’educazione cristiana alla compassione e il valore cristiano riconosciuto alla sofferenza: al senso del soffrire che la cultura individualista e laicista non conosce. Il laicismo che si contrappone alla tradizione del Paese non ha parole per la sofferenza e per la morte o le ha solo per la scelta della morte come evento senza senso.
Qualcosa cambia nella politica italiana. Si accentua il ruolo del governo che deve affrontare non più soltanto la crisi dell’economia mondiale e le sue conseguenze sulla società italiana: una sfida già grave in se stessa che poneva il governo in una situazione di emergenza. Ma ora anche la sfida di ridare all’Aquila la dignità di città e di ristabilire una normalità perduta.

Il fatto che tutta la nazione si sia sentita Italia di fronte alla città ferita indica che l’aver individuato nell’Italia la comunità di riferimento che fonda l’etica e i doveri è un’intuizione politica di primo piano. L’Italia delle radici cristiane che ha in sé le parole della vittoria sulla morte è il riferimento a cui si deve fare attenzione quando tutto il Paese è in gioco di fronte a due crisi così diverse e così gravi.
Il centrodestra è la forza politica chiamata a governare il Paese oggi proprio grazie al carisma di Silvio Berlusconi. Il governo non può non affrontare questa responsabilità ed è evidente che un governo di unità nazionale non avrebbe credibilità e consenso maggiore di quello attuale. Ma è importante che il Partito democratico comprenda che il clima di guerra civile antiberlusconiano che Di Pietro impersona non è quello che chiedono oggi i suoi elettori.

Di Pietro è la memoria di quella guerra civile che distrusse i partiti democratici italiani, una ferita non risanata che il procuratore della Repubblica di Milano di Mani pulite ancora rende viva nella sua persona e nel suo odio. Santoro è un piccolo segno dell’odio civile che non può convenire da un partito che ha un radicamento diverso e un linguaggio diverso da quello della magistratura d’assalto.

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