Perché la Destra non convince gli intellettuali

Piero Melograni e Piero Ostellino sono, prima che intellettuali di valore, individui di grande qualità civile e umana. Ma non è per questo che hanno ragione entrambi nella garbata, sensatissima, polemica che li ha divisi sul Corriere della Sera di ieri. Ostellino sostiene che Berlusconi non ha fatto abbastanza per avvicinare gli intellettuali a Forza Italia; Melograni ribatte che nel 1996 il Cavaliere ha portato in Parlamento, oltre lo stesso Melograni, Colletti, Rebuffa, Vertone e Pera. Ostellino conclude che preferisce dare il suo contributo al dibattito politico nell'ambito che gli è più proprio, l'analisi giornalistica, senza appartenenze a schieramenti; Melograni - per quanto deluso, come altri intellettuali - dall'attività politica diretta, sente la necessità di «inventarsi qualcosa», che non siano soltanto i propri studi, per contribuire a dimostrare che la Destra è più idonea della Sinistra a rinnovare l'Italia.
Hanno ragione entrambi, ripeto, perché ogni intellettuale, può e deve (dovrebbe) portare il proprio contributo al miglioramento della vita collettiva, secondo le proprie attitudini e capacità. L'«intellettuale», oggi, non è più lo specialista chiuso nel proprio ambito di studi, ma deve essere aperto a tutti gli ambiti della vita pubblica. Do per scontato che i migliori - i più seri, i più preparati e «impegnati» - lo farebbero volentieri, perché questo è il loro ruolo e perché nessun uomo di pensiero vuole essere soltanto un motore immobile, che produce idee restando indifferente alla loro realizzazione. Il produttore di idee, come il creatore di qualsiasi prodotto, vuole che si affermino e arrivino là dove vuole farle arrivare. Il problema vero dunque non è tanto quello del rapporto con gli intellettuali con la politica, ma quello della politica verso gli intellettuali. È un problema particolarmente urgente nel centrodestra dove - per motivi storici noti, la lunga prevalenza culturale della sinistra, la disabitudine della destra al dibattito del pensiero - c'è un disperato bisogno di idee forti e nuove.
Due esempi bastano a chiarire la portata del problema e i suoi possibili effetti. Primo, quello della Lega, che appena arrivata nel cuore del potere abortì il suo unico produttore di cultura politica, Gianfranco Miglio, e non ne ha voluti altri, per timore di indebolirsi con i distinguo e le «deviazioni» che il lavoro intellettuale comporta. Ebbene, da allora la Lega è uguale a se stessa, salda al suo interno ma incapace di rinnovamento e strategie nuove. E in politica, come in natura, l'immobilità porta alla lenta consunzione, perché è vitale solo ciò che si evolve o comunque si trasforma nel tempo. Altro esempio è Comunione e Liberazione, che non è un movimento politico vero e proprio, ma che - grazie anche alla sua vivacità intellettuale - finisce per avere un peso politico di rilievo e tanto più importante perché diffuso in più di un partito.
Forza Italia e Alleanza Nazionale hanno, per la verità, iniziato a fare qualcosa affinché nei propri organismi affluisca linfa di pensiero non strettamente politico. Gianfranco Fini ha radunato intorno a sé un gruppo di intellettuali, ma forse troppo legati al partito per dare stimoli davvero originali. Forza Italia produce convegni, gruppi di studio, seminari, circoli, ma slegati, privi di grandi individualità e il cui lavoro sembra troppo spesso disperso nel vento.
Per limitarci al caso di Forza Italia, sia Melograni sia Ostellino sono stupiti dal fatto che Silvio Berlusconi, disponendo di televisioni e case editrici, non le usi per valorizzare intellettuali e gruppi di pensiero legati al centrodestra, se non al suo partito. Al di là dei media, però, occorre soprattutto formare gruppi di studio, fondazioni, centri di ricerca slegati sia dalla politica contingente sia dai risultati immediati, con il compito fondamentale di elaborare - nella più totale libertà - idee, approfondimenti, novità. Penso, per esempio, alla necessità di studiare il libertarismo americano. Da noi è quasi sconosciuto pur avendo caratteristiche innovative compatibili con un liberalismo che non può continuare a essere quello di Giolitti e Malagodi, se vuole crescere e prosperare. Sono iniziative che costano economicamente e che possono portare a dissensi anche sgradevoli, ma un partito moderno e vitale deve vederle proprio come l'industria vede la ricerca e cioè un mezzo indispensabile per rimanere al passo con la concorrenza e superarla.
Quanto alla politica attiva, anche lì sarebbe opportuno e vivificante coinvolgervi intelligenze estranee alla vita di partito, come già fece Berlusconi nel 1996 e - meno - nel 2001. Da simili figure, però, non è lecito e neppure conveniente aspettarsi un gioco di squadra che consista nel seguire come soldatini le disposizioni dall'alto. Il gioco di squadra di un intellettuale prestato alla politica deve consistere nell'essere un battitore libero: libero di prendere posizioni e di dare spunti anche al di fuori della logica di partito. Capisco che, con maggioranze risicate, questa strada appaia poco percorribile. Ma c'è da augurarsi che, con una legge elettorale che garantisca maggioranze sicure, l'ansia del numero venga meno. E comunque assistiamo ogni giorno alla defezione da un gruppo all'altro di piccoli uomini politici che trovano più interessanti le tattiche delle strategie e le convenienze più preziose delle idee. Si corrono molti meno rischi di questo genere con un uomo di pensiero che lo sia davvero.
In una frase sola: l'Italia ha la sua ricchezza maggiore nella cultura, è singolare che la Destra non cerchi di scoprire come utilizzare questo dato oggettivo.
Giordano Bruno Guerri
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