Il pericolo «Itabia»

Venerdì islamico, matrimonio in moschea, poligamia consentita, potrebbero non essere un pericolo lontano. Diario d’estate da Itabia (arabizzazione dell’Italia). Occhio ai movimenti e alle esternazioni del ministro dell’Interno. «Da una legislatura e mezzo la legge sulla libertà religiosa va aggiornata». Lo ha detto Giuliano Amato durante la sua visita al Centro di Coordinamento Polizia Dogane del confine italo-francese a Ventimiglia. «L’Islam, e non solo per la specificità che rappresenta, è rimasta l’unica religione importante che in Italia viene regolata in base alla legge sui culti ammessi, una legge che ha più di 70 anni. Le altre religioni sono regolate con intese». Con chi intende stilare questa intesa il ministro Amato, e quali mediazioni si sono svolte sulla cosiddetta legge, un’idea dei valdesi acchiappata al volo dagli integralisti, magari con mediatori doc come Luciano Violante, o come Oliviero Diliberto, che gli estremisti dell’Ucoii, trattati da questo governo come gli interlocutori principali, un anno fa invitavano a votare?
La legge in discussione al Parlamento e la contesa alla Consulta islamica sono due cose separate, ma corrono parallele e ugualmente pericolose. All’accettazione di una Carta dei Valori condivisibile da tutti i componenti della Consulta, ovvero i moderati e i liberali, firmata guarda caso dopo la generosa donazione del ministro Ferrero alle moschee, e dopo la promessa che l’inutile e pericolosa moschea numero 2 a Bologna si farà, l’Ucoii ha fatto seguire subito una lettera di obiezioni, eccezioni e richieste. È nello stile dei suoi dirigenti, tenere l’interlocutore in scacco e ricatto continuo. Naturalmente non è trapelato niente, come se la vicenda delle regole per l’Islam in Italia non interessassero agli italiani, come se i giornali non avessero il dovere di conoscere e pubblicare, ma l’atteggiamento è stato tale da irritare persino il ministro Amato, che non ha risposto. La situazione resta dunque sospesa, i membri democratici della Consulta vengono ulteriormente mortificati, le danze le guida l’Ucoii, ovvero Mohammed Nour Dachan, il medico che esalta la poligamia.
In Italia c’è già il diritto alla libertà religiosa, i musulmani hanno già le loro moschee, è nei Paesi musulmani, è nella Cina comunista, che sono perseguitati i cristiani. La libertà religiosa, insomma, priorità nelle campagne dei diritti umani, nel senso che dovrebbe venire ben prima di una moratoria sulla pena di morte, non si sa quanto efficace, non riguarda l’Europa.
Ma quella che abbiamo noi non è la libertà di religione che intende l’Ucoii, e la legge che sta per arrivare, vista anche la gran fretta di Amato e colleghi, potrebbe consegnare noi all’islamizzazione rapida, consegnare al ghetto la maggioranza dei musulmani, sancendo la segregazione delle donne.
Sentite che cosa ha chiesto, parlando alla Commissione in Parlamento, Dachan: «Concedere i giorni festivi ai musulmani che lo richiedono (per la festa di fine Ramadan e la festa del Pellegrinaggio)»; «concedere l’ora di uscita per la preghiera del venerdì ai musulmani che lo richiedono»; «elasticità nel mese di Ramadan e concessione delle ferie nel periodo del Pellegrinaggio»; «la concessione di pochi minuti per la preghiera quotidiana». Queste concessioni, per uno studente e ancor più per un lavoratore, sarebbero discriminanti. Le aziende che organizzano il lavoro in turni non posso permettersi di modificare gli orari degli altri dipendenti per la presenza di un musulmano che deve «recuperare» le ore dedicate alla preghiera. I cattolici se devono lavorano anche la domenica, la preghiera e la religiosità sono questioni personali e private, non pretese da mettere a contratto. Tant’è vero che su 56 Paesi arabi il venerdì è applicato solo in tre, l’Italia diventerebbe il quarto.
Sentite che cosa ha risposto in quella stessa riunione della Commissione, Souad Sbai, presidente delle Comunità marocchine: «La nostra associazione si occupa anche delle donne immigrate, migliaia di donne senza diritto, prive di alcuna garanzia: prima moglie, seconda e terza moglie. Nel matrimonio musulmano è un adul, un notaio, a celebrare un matrimonio in casa dei futuri sposi: non c’è nessun matrimonio in moschea, nessun matrimonio si fa in quel luogo. Si tratta di una minaccia seria all’istituto della famiglia monogamica su cui si regge la civiltà occidentale».
Eppure nella legge «Norme sulla libertà religiosa e abolizione della legislazione sui culti ammessi», l’articolo 11 afferma che il ministro di culto islamico non sarà tenuto a pronunciare, durante il rito in moschea, gli articoli del codice civile sulla parità di diritti e doveri tra marito e moglie (143, 144 e 147 del codice civile), «qualora la confessione non abbia optato per la lettura al momento della pubblicazione». Vedete che il pericolo è serio?
Maria Giovanna Maglie