Pianeta Gio Ponti, i mille volti della modernità

Al Pirellone la sua grande produzione di ceramiche. In Triennale oggetti e arredi dell’architetto-designer

«L’industria è la maniera del XX secolo, è il suo modo di creare. Nel binomio arte e industria, l’arte è la specie, l’industria la condizione». In queste riflessioni, redatte da Gio Ponti in relazione alla sua presenza all’Esposizione di Parigi - quella che gli rese il Gran Prix per la ceramica - sta la matrice del pensiero di un maestro della modernità. A cui Milano in questi giorni dedica nuovi e più profondi riconoscimenti con due mostre parallele: al «suo» Pirellone, alla presenza del governatore Roberto Formigoni («un omaggio a uno dei migliori progettisti del secolo scorso») e alla Triennale, che non da meno identifica la storia di questo artista-architetto-designer che negli anni Trenta rivoluzionò silenziosamente il rapporto tra arte e vivere quotidiano.
L’arte è la specie e l’industria la condizione, scriveva Ponti. E le due mostre, in maniera diversa ma parimenti istruttiva, rivelano le «Espressioni» di un autore che seppe pienamente incarnare questo modello e il cui successo, riduttivamente consacrato alla storia solo con i grandi edifici degli anni Cinquanta, è in realtà la conseguenza delle sue esplorazioni attraverso il mondo del disegno, della pittura, della ceramica e dello studio della materia come parte integrante del risultato finale. Un risultato che sta tutto nella percezione di una «modernità» che, per lui, non poteva risiedere mai nel decorativismo ma sempre nell’«uso» delle cose.
Esemplificative queste sue parole: «La nostra decorazione (quella tradizionale) è tutta di maniera, supplementare, culturale, puramente artistica. Invece non chiediamo altro che essa sia adatta alla materia e alla tecnica, impeccabile, espressiva». In questo senso ci appare pienamente contigua l’esperienza del Ponti «ceramista» degli anni Venti, periodo in cui diresse la Richard Ginori, con quella del Ponti architetto che conferiva ai rivestimenti delle facciate un’importanza fondamentale per il suo concetto di «architettura interattiva», che voleva mette al primo posto la mutevolezza dello sguardo e il rapporto con la luce, ovvero con lo spazio e con il tempo. Le due mostre - quella del Pirellone interamente dedicata alla ceramica e quella della Triennale che raccoglie 250 opere tra disegni, maioliche, mobili e oggetti - non trascurano di mettere in evidenza un certo «gusto eclettico» a cui Ponti non sfuggiva nella realizzazione di vasi, coppe, boli, piatti e urne; dove i temi popolari, dell’antichità classica e della soavità neoclassica si mescolano alle mode del dèco straniero. Ma un filo rosso si evidenzia nel rapporto tra ceramica, oggetti e arredi, ovvero quell’idea di fruizione del bello «per tutti», dunque sotteso a un principio di serialità, che ben seppe condensare negli anni di direzione alla rivista «Domus». Che avrebbe rappresentato il centro del dibattito culturale dell’architettura e del design italiani della seconda metà del Novecento. L’apporto alla città, alla «sua» Milano, si sarebbe poi materializzato con i progetti, in mostra alla Triennale, del primo edificio per la società Montecatini (1936), del grattacielo Pirelli (1956-1960) e della chiesa progettata per l’ospedale San Carlo. Il resto, è storia internazionale.